TEATRO

 

 

LA BISBETICA DOMATA

 

Quell’indomabile Tullio Solenghi

Una bellissima notte al teatro romano

VOLTERRA – Una splendida “Bisbetica Domata” quella andata in scena per la prima volta in Toscana, a Volterra, nel teatro romano, e che vede come protagonista Tullio Solinghi, che ci ha concesso, poi, un’intervista in esclusiva. Una fra le commedie più conosciute e divertenti di William Shakespeare, che la compagnia Lavia presenta con un nutrito cast tutto al maschile. “Come voleva la tradizione elisabettiana - spiega Solenghi, dopo l’applauditissimo spettacolo - Shakespeare scrisse “La bisbetica domata” per una compagnia di soli uomini. Questa che avete visto in scena non è uno spettacolo “en-travesti”, vale a dire una omosessualizzazione della commedia, ma semmai è un gioco delle parti, dove alcuni uomini, senza parrucche – spiega l’attore – “giocano” il ruolo delle donne, insieme ad altri uomini che “giocano”, invece, il ruolo di uomini”. E, durante lo spettacolo, non mancano baci fra uomini, come quello fra Petrucchio e Caterina: “Fare l’attore vuol dire anche sapersi sdoppiare – risponde Tullio Solinghi – per entrare nella vita di un’altra persona. Così, non mi crea nessun problema, in scena, il bacio fra uomini, che rientra sempre nel gioco delle parti di cui si parlava prima”. Lo stesso Shakespeare, all’inizio della sua carriera, verso la fine del 1500, recitò in questa sua commedia, in una compagnia tutta maschile, il cui titolo originale è “The taming of the shrew”, che sta ad indicare che il vero protagonista della storia non è la bisbetica Caterina, ma, di fatto, proprio Petrucchio, che riesce a dominare non solo la donna, ma anche la sua femminile personalità. “Come raramente avviene – ci dice ancora Tullio Solenghi, che continua l’intervista con la massima disponibilità e simpatia – abbiamo messo in scena anche il prologo, cosa che non sempre viene fatta e che aiuta lo spettatore ad entrare nel vivo dello spettacolo. Ecco perché sono partito, recitando, proprio in mezzo al pubblico, che questa sera è stato meraviglioso”. Tullio Solenghi, infatti, dal prologo, interpreta il povero Sly, un moderno clochard, con un cappottaccio sdrucito, una papalina in testa e moderne scarpe da ginnastica, che tale rimane, come costume, per tutta la storia. Sly si addormenta in scena per una bella sbronza; una compagnia di attori, trovatolo, decide di giocargli una beffa, facendolo credere, al suo risveglio, il nobile e ricco Petrucchio, che dominerà la bisbetica Caterina. Ma tutto sembra essere soltanto un sogno ad occhi aperti, perché, nel monologo finale, Petrucchio ritornerà il povero Sly.


 

 

 

 

 


Tullio Solenghi con Lucia Antonelli
dopo l'intervista

Bellissimi i costumi disegnati da Andrea Viotti, costumista di vecchia data di Gabriele Lavia, che fa indossare ai protagonisti sulla scena costumi clowneschi, coloratissimi, dove prevale il color rosso mattone, con fantasiosi cappelli, nastri e coccarde, che ricordano un po’ gli abiti del ‘600. Anche gli stessi personaggi che fanno da contorno a Solenghi ricordano l’ambiente circense, dove anche due nani hanno un ruolo di primo piano. Splendide le trovate sceniche e la regia di Matteo Tarasco. “Ritornerò in Toscana con il cartellone invernale – conclude l’intervista Tullio Solenghi, invitandoci a rivedere lo spettacolo a Siena, a Firenze, a Lucca e a Pisa – dove, all’interno dei teatri, la scenografia sarà ben diversa”.Gli applausi a scena aperta sono riecheggiati, per lungo tempo, nell’anfiteatro romano di Volterra, che la
Soprintendenza ha giustamente messo a disposizione per le notti di agosto del festival “il verso, l’afflato, il canto”, giunto alla sua terza edizione, ideato e promosso dal “gruppo progetto città”, dal “Museo della Poesia” di Volterra e dalla compagnia del
 teatro “L’avventuracolorata”.

I prossimi appuntamenti sono, giovedì 4, con “La bottega dell’orefice” di Karol Wojtyla, con Debora Caprifoglio, Andrea Buscami, Simone Migliorini, Francesca Signorini, Salvatore Ciulla, Livia Castellana; il 7 agosto “Rudens” di Plauto, con Vanessa Gravina e Edoardo Sirano con la regia di Walter Manfrè e, il 19 agosto, “La Mandragola” di Machiavelli, per la regia di Simone Migliorini, che vedrà in scena anche Francesca Signorini, applauditissima come attrice, ma in altre vesti, al Certosa festival, allestito nello splendido scenario della monumentale certosa di Calci.

Lucia Antonelli 
Giorgio Mancini

 


 

2 agosto 2005

 

 

 

Tutto quanto fa spettacolo ad “ArezzoFestival”
Dal grande Mitsuro Sasaki ad Arlecchin Bàtocio,
passando per La Baronessa di Carini



 

Continua l’appuntamento con “ArezzoFestival”, manifestazione di fine primavera densa di incontri per gli amanti del teatro. Workshop, laboratori, seminari e, poi, tanti spettacoli. Questa prima settimana di giugno vede un susseguirsi incalzante di compagnie teatrali che nel Teatro della Bicchierata si sono date appuntamento sotto la direzione artistica del festival di Valentina Cidda.

Dalla compagnia Il Carro di Jan, con lo spettacolo Clotilde du Nord all’Accademia di dramma e film di Budapest, con Cola, Zucchero, Pasta, dall’Accademia dei Folli che mette in scena I costruttori di pace, al ballerino Mitsuro Sasaki che presenta Rubikon - Solo di Butoh, legittimazione e commedia dell’eresia. In questo contesto internazionale giunge ad Arezzo anche la compagnia University of Memphis con Auto da Fe di Tennessee Williams, così l’Hidden Theatre con lo spettacolo Dinieghi. Il 5 giugno ben tre spettacoli. Nel pomeriggio, alle 17, la Compagnia Il Guazzabuglio presenta Arlecchin Bàtocio liberamente tratto da Carlo Goldoni, con la regia di Valentina Cidda. Nella stessa serata, alle ore 20,45, sempre al Teatro della Bicchierata, Dickinson College presenta The eye of the Beholder. La serata termina con il terzo spettacolo, alle 21,50 con un “cantastorie”. Nino Racco presenta Il mondo dei cantastorie con due “classici popolareschi”: La Baronessa di Carini e La storia di Salvatore Giuliano. E per concludere con gli spettacoli, il 6 giugno, ancora due appuntamenti serali, sempre alla Bicchierata: Per sempre, una produzione Sos Spettacolo e “chiSaMale Teatro”, e Luigi Maio in Vespe d’artificio. Uno spazio a parte, inoltre, meritano tutti i seminari e i laboratori, che vedono “docenti” di fama come Alvaro Piccardi, e che fanno da corollario ad una settimana intensa di spettacoli, che vede Arezzo Festival proiettarsi verso un naturale e futuro successo.

Lucia Antonelli











“ArezzoFestival”
Ed è subito un successo

 

E’ iniziato “ArezzoFestival”, che vedrà, nella prima settimana di giugno, un nutrito calendario, non solamente di spettacoli, ma anche di seminari e laboratori teatrali. Alcuni eventi, tra l’altro, come quello di danza di Mitsuru Sasaki, rivestono una particolare attesa, non solo per la Toscana. “Dietro le quinte”, come direttrice artistica è stata chiamata la giovane regista Valentina Cidda. L’organizzazione è del Piccolo Teatro di Arezzo e dell’Accademia dell’Arte, che si avvalgono della collaborazione della Facoltà di lettere e filosofia di Arezzo - Università di Siena e del contributo della Provincia e del Comune (assessorato alle politiche giovanili, con il sostegno dell’assessorato alla cultura). Non mancano il patrocinio della Regione Toscana e dell’Ambasciata d’America in Italia.

La città di Arezzo aveva visto, nel 1965, nascere un Festival Internazionale degli atti unici, fondato dal "Piccolo Teatro" che ebbe, negli anni, un grande valore e una grande risonanza. Oggi quel festival giunge di fatto alle soglie della sua ventinovesima edizione, ma subisce una trasformazione di crescita. Ci troviamo davanti ad un passaggio dal passato al presente, un presente che si fa scenario storico, culturale e sociale. Riproporre un teatro per la gente, accessibile a tutti, un teatro umile e schietto, ma al quale possano accedere le realtà diverse che oggi, in particolar modo anche in Toscana, vedono la convivenza di più etnie.

“Il festival - come tiene a precisare Valentina Cidda - rinasce all'insegna di un teatro nuovo, coraggioso e consapevole dell'epoca in cui prende voce, costruito insieme agli artisti e alla gente e, al contempo, tenendo conto delle esigenze e degli stimoli che giungono dai giovani. Vorremmo insomma che ArezzoFestival –conclude la direttrice artistica- si realizzasse come la marcia incantata di un esercito di voci diverse che, parlando lingue diverse, trasmettano ovunque lo stesso messaggio; quello che il racconto è la prima medicina dell'umanità. Finché una qualsiasi voce umana avrà qualcosa da raccontare…il mondo vivrà!”.

Un festival che, nel variegato scenario di tutte le manifestazioni estive toscane, avrà una sua particolare ed importante valenza.

 

 

 

"STORIA D'AMORE E DI ANARCHIA"

Storia d'amore e d'anarchia", la commedia dal cui testo originale fu tratto il famoso film vincitore a Cannes e che aprì la strada del successo ai film di Lina Wertmuller negli Stati Uniti, fu successivamente realizzata per il teatro in Germania, in Austria e nella Repubblica Ceka. In Italia torna solo oggi alla sua prima sede, il palcoscenico, in una edizione riveduta e corretta per l'allestimento del Teatro Eliseo. Nella commedia si intrecciano l'amore e i sogni utopici di Salomè, Tunin e Tripolina in un'Italia contadina tenuta al margine della storia. Un'Italia degli umili, dei sacrificati, dei senza lavoro, della "carne da macello", con il sogno di un riscatto dove "gli uomini sono uguali e liberi come Dio li ha creati" (la frase dell'anarchico Sgaravento rimasta impressa nella mente di Tunin-bambino). "Rivedendo il testo - dice Lina Wertmuller - ho constatato dentro me stessa come certe passioni giovanili ideologiche e sociali, pur cambiando di prospettiva con gli anni e con gli eventi storici suscitano ancora nel mio cuore intense emozioni".

 

 

ASSOCIAZIONE TEATRALE PISTOIESE

TEATRO DEL TEMPO PRESENTE

direzione artistica Cristina Pezzoli

 TEATRO MANZONI PISTOIA

 DA VENERDI’ 28 A DOMENICA 30 NOVEMBRE

 (orario: feriali ore 21, festivo ore 16)

 Associazione Teatrale Pistoiese/Teatro del Tempo Presente-NTN Nuovo Teatro Nuovo Produzioni

 

L’EREDITIERA
di Annibale Ruccello e Lello Guida

 

Con Salvatore Caruso, Arturo Cirillo, Michelangelo Dalisi, Rosario Giglio, Giovanni Ludeno, Monica Piseddu, Antonella Romano

 

Regia Arturo Cirillo

 

Scene Massimo Bellando Randone – Costumi Gianluca Falaschi

Musica Federico De Melis – Luci Marcello Falco

 

Ad aprire la sezione AL PRESENTE del Manzoni uno spettacolo-ponte tra la letteratura e il cinema, L’ereditiera, dal romanzo di Henry James e dal film diretto da William Wyler.

La genesi di questo pièce affonda nel lontano 1880 quando lo scrittore Henry James compose Washington Square, un “piccolo” grande romanzo da cui, nel 1950, la Paramount ne trae un film, L’ereditiera con la regia di William Wyler e interpretato da Olivia De Havilland. Ben due generazioni di spettatori si sono commosse per le vicende della sventurata Catherine Sloper e del diabolico Morris Townsend, fino a quando, nel 1982, la cooperativa teatrale Il Carro ne trae uno spettacolo, su un testo di Ruccello (indimenticato autore di grandi successi come Le cinque rose di Jennifer, che ha girato la scorsa stagione, o di Notturno di donna con ospiti, scomparso prematuramente nel 1986 all’età di 30 anni per un incidente) e Lello Guida, che trasferiscono l’intera vicenda dalle nebbie di New York al magico incanto del Golfo di Napoli. Oggi, il regista Arturo Cirillo e la sua compagnia dopo il successo ottenuto nella passata stagione con Mettiteve a fa’ l’ammore cu’ me, si è appropriato di questo testo, in un continuo andirivieni tra passato e presente, raccontandone le tante storie e le mille illusioni.

 

 NOTE DI REGIA

Per incominciare...

Nel 1880 dalla penna di Henry James nacque Washington Square, un piccolo grande romanzo.

Nel 1950 la Paramount ne trasse un film: L'Ereditiera, con la regia di William Wyler e con Olivia de Havilland.

Due generazioni di spettatori si sono commosse per la patetica vicenda della sventurata Catherine Sloper e del diabolico Morris Townsend.

Nel 1982 la Cooperativa Teatrale Il Carro ne ha tratto uno spettacolo, su un testo di Annibale Ruccello e Lello Guida, trasferendo l'intera vicenda dalle nebbie di New York nel magico incanto dell'incontaminato golfo di Napoli (o meglio di Sorrento).
Così Morris Townsend divenne Don Felice Sciosciammocca, l'ereditiera si trasformò in Caterina Morlicchio, nipote della romantica Zia Lavinia, nonché figlia del dottore Don Benedetto.
A loro la fantasia degli autori aggiunse altri nuovi personaggi: la misteriosa Teresa Thompson, il cugino di Caterina Don Ciccillo Scarnecchia, la sua dissoluta sorella Donna Margherita e il fido servo Pulcinella.

Oggi, nel 2003, il sottoscritto e la sua compagnia (da intendersi in compagnia con gli attori, il musicista, lo scenografo...) si appropriano di questo strano testo, pieno di musica e canto (dalla canzone napoletana all'opera lirica, e non solo), in continuo andirivieni tra passato e presente (dall'Ottocento tanto amato da Ruccello fino al contemporaneo minimale e televisivo), e ne vanno a raccontare le sue tante storie e le sue mille illusioni: si pensa che sia amore e invece è sentimentalismo; si crede che sia la verità ed è invece recitazione; ci si entra come in un giallo e se ne esce senza l'assassino (ma anche senza il cadavere); il maschile scivola nel femminile e viceversa; si ha l'impressione che parli di una famiglia ed è invece una tribù in cui chiunque è padre o figlio di qualcun'altro; è la farsa (o il dramma) dell'inganno.
Come Mettiteve a fà l'ammore cu me! anche questo sarà uno spettacolo prima di tutto di corpi (in questo caso danzanti, cantanti e febbrilmente recitanti), e partendo propria dalla precedente esperienza andremo ad aggiungere il nostro sguardo a quello di Ruccello e Guida per fare un gioco crudelmente satirico, in cui però mi auguro non muoia l'umano.

 

 

 

 

TEATRO PACINI PESCIAMartedì 4 Novembre ore 21

(Prevendita presso la cassa del Teatro dal giorno Giovedì 30 Ottobre)

Info: Tel. 0572/ 490049 e 0573/ 991609)

 

Compagnia Rossella Falk
Presenta

 

LA BUGIARDA
di Diego Fabbri

 

con Rossella Falk
e con Luciano Virgilio, Augusto Fornari, Fiorella Rubino, Adriano Evangelisti, Maurizio Romoli, Daniele Cecchi

Regia Giorgio de Lullo ripresa da Rossella Falk
Scena Orfeo Tamburi

 

Taglio del nastro per la stagione 2003-2004 del Teatro Pacini di Pescia. Ospite d’eccezione la “signora” del teatro italiano, Rossella Falk, con un “classico” della commedia italiana,
La bugiarda.

La bugiarda, scritta da Diego Fabbri per Rossella Falk, ha avuto tre edizioni: 1956 (21 gennaio, Teatro Manzoni di Milano), 1964 (Roma, Teatro Quirino), 1972 (Roma, Teatro Quirino, Teatro Valle). Nel 1965 fu rappresentata al World Theatre Season di Londra con traduzione simultanea. La Falk ricorda che più che la traduzione in tempo reale erano le mimiche dei visi degli attori a comunicare le battute al pubblico inglese che decretò allo spettacolo un esito trionfale. I giornali parlarono, addirittura, di “virtuosismo degli attori italiani”. E non c’è da stupirsi del successo, dal momento che gli attori appartenevano alla “storica” Compagnia dei Giovani diretta da Giorgio De Lullo (nell’edizione del 1972 recitarono anche Rina Morelli e Paolo Stoppa). Anche la scena, che oggi ammiriamo, risale a quegli anni e fu disegnata dal pittore Orfero Tamburi, su invito dello stesso Fabbri.
Nell’edizione attuale Rossella Falk lascia il testimone del personaggio di Isabella (la figlia) a Fiorella Rubino. La Falk, invece, tornando a recitare nel “suo” romanesco, sarà la madre della “bugiarda”.
La bugiarda è una commedia comica che proviene  da quella letteratura beffarda, macchiettista, colorista, superficiale che è la letteratura in dialetto, il sonetto, lo scherzo, l’epigramma del Trilussa minore. Su tutto questo c’è l’invenzione scenica di Fabbri, il divertimento insito nella sua indiscussa tecnica di costruzione delle battute, animate sempre da una vita autentica. Fabbri si divertì, infatti, enormemente nel costruire La bugiarda e questo si avverte in ogni scena. Quando le battute e l’ironia di Fabbri si incontrarono con la verve di De Lullo, regista, e con l’ironia sorniona e bellissima della Falk, fu una gara nelle invenzioni sia di scrittura, che di regia, che di recitazione.
La bugiarda è la storia di Isabella, ragazza romana, pigra, amena, svagata, di un’assonnata lascivia, che sposa un maestro elementare e fa l’amore con un Cavaliere vaticano di cappa e spada, e con l’aiuto della madre intrigante e ruffiana si barcamena tra l’uno e l’altro mentendo, piangendo, lagnandosi, affascinando, languendo e urlando in un giuoco infinitamente furbo e pieno di sfaccettature.
Della Bugiarda i critici scrissero un gran bene e dissero: “La Bugiarda ha le gambe lunghe!”. Altro che lunghe! “una pièce garbatamente antiromana, uno studio tagliente e piccante sull’arte della bugia, un susseguirsi di situazioni al limite della farsa. Certa classe romana, un sottobosco paraecclesiastico, una madre ruffiana, pratica e senza scrupoli, una serie di personaggi minori azzeccatissimi, compongono un “quadro d’epoca” perfetto e irnonico che la cornice scenica di Orfeo Tamburi accoglie ogni sera.
 

 

 

 

 

ASSOCIAZIONE TEATRALE PISTOIESE
TEATRO DEL TEMPO PRESENTE
direzione artistica Cristina Pezzoli

 

TEATRO MANZONI PISTOIA

 VENERDI’ 21 NOVEMBRE
INAUGURAZIONE DELLA STAGIONE 2003-2004

 

Fondazione Le Città del Teatro - Teatro Stabile delle Marche - Teatro Mercadante Stabile di Napoli in collaborazione con Amat e Comune di Urbino

 

SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE
di Luigi Pirandello

 

con Carlo Cecchi, Luisa De Santis, Paolo Graziosi, Angelica Ippolito, Antonia Truppo, Alessandro Baldinotti, Isabella Carloni, Francesco Ferrieri, Cecilia Finetti, Paola Giorgi, Paolo Mannina, Rino Marino, Federico Olivetti, Agnese Paolucci

 

Regia Carlo Cecchi

 Scene e costumi Titina Maselli

(repliche fino a Domenica 23 – orario: feriali ore 21, festivo ore 16)

 Ad aprire la Stagione del Manzoni un maestro del teatro italiano, Carlo Cecchi che ritorna – dopo il gran successo ottenuto con Finale di partita – con la rilettura di un classico della drammaturgia del Novecento, I sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello.

 

L’attore e regista fiorentino, a distanza di un ventennio, riaffronta il teatro di Pirandello (risale agli anni ottanta la messinscena de L’uomo, la bestia e la virtù con la cooperativa Granteatro) con uno dei testi più noti del drammaturgo siciliano, Sei personaggi in cerca d’autore (insieme a Ciascuno a suo modo e Questa sera si recita a soggetto compone la trilogia del “teatro nel teatro”, con cui Pirandello inaugurò l’edizione completa della sua opera teatrale). Un classico del teatro del Novecento che si incentra sull’“impossibilità creativa”, sull’alienazione drammaturgica. «Sei personaggi è la storia di un incubo (di qui la sua “impossibilità”, fondata sull’insostenibile rappresentazione della tragedia del desiderio soddisfatto). Desiderio d’incesto, vanamente smentito, mascherato, travisato, attraverso fallaci quanto complesse relazioni di parentela. Relazioni tutte, il cui carattere anedottico è espresso dalla morte (per semplice soppressione, e precedentemente al dramma stesso) del padre dei tre figli illegittimi, e dall’impossibilità, propriamente ontologica, in cui si trova la madre di essere mai decaduta dalla sua Natura di Madre» (Jean-Michel Gardair in Pirandello e il suo doppio).

 

NOTE DI REGIA

“[…] ho già la testa piena di nuove cose! Tante novelle… E una stranezza così triste, così triste: Sei personaggi in cerca d’autore: romanzo da fare. […] Sei personaggi presi in un dramma terribile, che mi vengono appresso, per esser composti in un romanzo, un’ossessione, e io che non voglio saperne, e io che dico loro che è inutile e che non m’ importa di loro […] e loro che mi mostrano tutte le loro piaghe, e io che li caccio via… - e così alla fine il romanzo da fare verrà fuori fatto.”  (Lettera di Pirandello al figlio Stefano, 23 luglio 1917)

Ma non fu il romanzo, fu una “commedia da fare” che venne fuori fatta: la commedia di quei sei personaggi che lo ossessionavano perché il loro dramma fosse composto in forma di romanzo e che, frustrati dal rifiuto persistente dell’autore, vanno in un teatro sperando di avere migliore fortuna.

L’ebbero? Sì e no. Perché, se da una parte la commedia dal ’21 in poi si recita su tutti i palcoscenici del mondo, per i sei poveracci il loro tentativo è destinato ogni volta irrimediabilmente a fallire; e dei loro slanci, ardori, fremiti per autorappresentarsi in un dramma, restano solo degli spezzoni confusi e disperati.

 

 

CARLO CECCHI

Nato a Firenze e cresciuto fra Napoli e Roma, dove vive attualmente. Dopo aver frequentato, all’inizio degli anni Sessanta, l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica come allievo attore, dal 1968, anno di fondazione del suo proprio teatro, ha diretto molti spettacoli e recitato molti ruoli. Si ricorda qui: Woyzek e Leonce e Lena di Büchner, Il Bagno di Majakovski, L’uomo, la bestia e la virtù di Pirandello, Il Borghese gentiluomo e Il Misantropo di Molière, Il Compleanno di Pinter, Finale di partita di Beckett e molte volte Shakespeare, fra cui una trilogia: Amleto, Sogno di una notte d’estate, Misura per misura

 

 

 

Generato da un respiro

Prima nazionale al Certosa festival di Calci
 

La compagnia Movimentoinactor Teatrodanza ha presentato in prima nazionale,
lo spettacolo di danza e musica dal vivo  “Generato da un respiro”,
nell’ambito del Certosa Festival, l’appuntamento estivo di musica, teatro,
danza e immagini, che ormai si ripete con successo da tre anni all’interno
della Certosa Monumentale di Calci, in provincia di Pisa.
Lo spettacolo, di grande impatto scenico, allestito nel chiostro interno della Certosa,
vede la coreografia di Flavia Bucciero,
con musica di v flauti eseguita dal vivo
da Stefano Agostini. Danzatori-interpreti sono, oltre alla coreografa,
Eva Berti, Ignazio Nurra, Alessandra Pugliese, Ilaria Sabatini.
Lo spettacolo nasce da un soffio, quello generato da un respiro
che passando per il flauto e traversando
il corpo dei danzatori diviene forma e si materializza.
La musica e la danza agiscono su territori comuni, in cui ogni pausa,
ogni vibrazione si riverbera dall’una all’altra,
come in un’ unica,  comprensiva  matafora creativa .
Una genesi che continuamente  si sviluppa in nuove forme,
dalle sonorità ora arcaiche, ora barocche, ora contemporanee.
Si fa movimento ora fluido e sensuale, ora sincopato e rapido,
seguendo un percorso che è quello degli umori infinitamente
 mutevoli dell’ uomo nella sua essenza profonda.
Tutto, infinitamente,  nasce e si spegne in un respiro.
Il percorso  musicale dello spettacolo ha come protagonista il flauto.
“Il flauto è vicino alla natura, animato dal soffio, emanazione della profondità dell’essere,
 veicolo delle parole dell’anima.
E’ lo strumento musicale per eccellenza, dopo la voce umana
 lo strumento più naturale e probabilmente più antico”.
Queste parole sono di André Jolivet, compositore francese della prima metà del Novecento
 che ha dedicato al flauto composizioni  intense
con l’intento di “rendere alla musica il suo senso antico originale,
quand’essa era espressione magica e incantatoria della religiosità dei gruppi umani”.
Parole che in qualche modo esprimono anche il senso di questo spettacolo
costruito intorno a composizioni significative del repertorio di ogni flautista.
Il flauto di Jolivet non è il piffero pastorale dell’arcadia, ma lo strumento dello stregone,
 del demiurgo, capace di sonorità  estreme,
ancestrali, che ricreano magicamente la realtà.
Di Jolivet sono proposte due delle Cinq  Incantantions pour flute seule (1936)
ispirate al Nay  ascoltato in Tunisia nel 1932 e
alla tradizione orale di improvvisazione arabo-turca.
La coreografia dello  spettacolo inizia sull’inquieta malinconia
del Poco Adagio dalla Sonata in la minore Wq 132 composta da Carl Philipp Emanuel Bach nel 1747,
brano  musicale che segna il passaggio dalla teoria degli affetti barocca alla nuova sensibilità legata a sentimenti
più individuali e ricchi di pathos che saranno propri dello Sturm und Drang.
Il  percorso coreografico e musicale  prosegue, quindi, sugli Acht Stucke  di Paul Hindemith,
 caratterizzati da tratti neobarocchi e dalla ricerca di un originale  linguaggio armonico,
sulla Fantasia XII di Georg Philipp Telemnn e acquisisce
 carattere sempre più contemporaneo,
 con Sequenza I di Luciano Berio, forse il brano più celebre
e significativo per flauto del secondo ‘900,
 fino a concludersi, passando per le Incantations di Jolivet,
con il sesto degli studi per tango, composto da Astor Piazzolla .

I costumi di scena sono di Beatrice Meoni.

luglio 2003

 

 

 

ACQUA

ovvero

Il Diavolo e L’Acquasanta
con
Andrea Buscemi e Tosca D’Aquino

Testi di letteratura "bagnata" assemblati e addomesticati

da
Alberto Severi

 

 

La bella e brava Tosca D’Aquino, col fine dicitore Andrea Buscemi, reduci entrambi dalla fortunata partecipazione allo spettacolo televisivo "Torno Sabato" di Giorgio Panariello,
hanno messo in scena un recital che riesce non solo a divertire,
ma a creare momenti di spassosa risata.


Accompagnati dalla chitarra elettrica e l’armonica a bocca di Alfonso De Pietro, che supporta la scena con ritmi e canzoni riadattate al tema del momento, Andrea Buscemi e Tosca D’Aquino giocano, in un duetto teatrale con la sagacia del parlar toscano per Buscemi e la forte inflessione dialettale napoletana di Tosca, ad intersecarsi col vecchio meccanismo della scena di chi si alterna nel ruolo del protagonista e della "spalla".

In uno scambio di gioco delle parti, i due attori, collaudati dalle precedenti esperienze anche televisive, intervengono sul tema dell’acqua, visto come elemento vitale e, al tempo stesso, drammatico, che prende a pretesto quello che, proprio sull’acqua, è stato scritto dall’inizio dei secoli.

Dalla Bibbia a Dante, da San Francesco a Shakespeare, da Palazzeschi a Joyce, da Petrarca a Brecht.

Ma l’autore del testo teatrale, Alberto Severi, giornalista televisivo, ma anche attento drammaturgo toscano, è riuscito ad assemblare insieme anche testi e ricordi di personalità dello spettacolo come Walter Chiari e Mogol, o la divertente "pièce" di Achille Campanile su "L’acqua minerale".

Uno spettacolo che vuole, in un periodo di preoccupante aumento della siccità planetaria, valorizzare, tra il serio e il faceto, ma molto più sul faceto, la necessità e l’importanza dell’acqua, naturale o minerale che sia, usata in modo terapeutico o per scopi tecnologici e ricreativi.

Un excursus che vede Andrea Buscemi e Tosca D’Aquino percorrere "testi e pretesti di letteratura, poesia e filosofia umida".

Il soggetto unico, in questo recital, è quel liquido che scende dal cielo sotto forma di pioggia, che divide i continenti con mari e oceani, che vive nelle religioni come elemento di purificazione, che…con un sottofondo musicale adeguato a sottolineare le "scene" liriche, oniriche, ilari o solenni, teatralmente evocate da Tosca e Andrea, riesce, senza neppur tanta fatica, a far scrosciare un fragoroso applauso del sempre numerosissimo pubblico, con occhi pieni di liquidose lacrime per il ridere.

                                                    giorgio mancini

 

 

 

Teatro Del Carretto
Biancaneve



"Con le nostre fiabe non abbiamo voluto solo
 servire alla storia della poesia e della mitologia,
 ma fu anche nostra intenzione che la poesia stessa
 che in esse è viva, agisca e rallegri e quindi anche
 che questo serva come libro di educazione".

Jacob e Wilhelm Grimm

C’era una volta…Così iniziavano e continuano
ad iniziare le favole…Quando, era il marzo 1983,
una piccola compagnia teatrale di Lucca,
prendendo il nome, forse, da una celeberrima e
splendida scultura, quella di Ilaria del Carretto
di Jacopo della Quercia, mise in scena uno
spettacolo di burattini al Teatro Comunale del
Giglio di Lucca.
Dopo venti anni lo spettacolo è ancora nel
repertorio e, rivederlo dopo tutto questo tempo,
è stata un’emozione.

 

Uno spettacolo che incanta grandi e piccini, dove il
narrare ha il sapore dell’immediatezza del racconto
di una famosa fiaba dei fratelli Grimm, devoti per
la loro stessa vocazione verso la narrativa nella
tradizione orale.

E nella prima originaria scheda del programma di
sala del 1983 si leggeva tra l’altro: "Il racconto
procede attraverso un’orchestrazione dell’azione
che si sviluppa su diversi piani scenici con la
sincronia del gioco degli oggetti, la
pantomima, la musica, la parola".

 

Grossi pupi di cartapesta, attori con maschera e
piccole marionette entrano ed escono da un armadio
che diventa ora castello di insidie e sortilegi, ora
rifugio, ma mai troppo sicuro per la piccola
Biancaneve. L’armadio è al tempo stesso
contenitore di un suo spazio scenico dove gli sporti,
aprendosi, diventano boccascena teatrali animati da
quinte mobili e piccoli sipari, e paravento, dove gli
attori, nella magia del teatro si vanno,
nascondendosi dietro, a trasformare da uomini in
marionette. Un grande giocattolo di immagini che
tramuta al suo interno il grande in piccolo, con un
forte contrasto dimensionale.
E la favola, che diventa melodramma, vissuta dai
piccoli spettatori col fiato sospeso e il cuore che
pulsa forte per le vicende di Biancaneve e della
perfida matrigna, diventa nel gioco della fragilità
della fiaba un esaltante avvicinamento al
palcoscenico, dove l’armadio, ricordo del baule
fantastico, contenitore dei sogni, non è più lo
scatolone insensibile del televisore.

 

E ancora dopo vent’anni la splendida figura della
matrigna strega riesce quasi ad ipnotizzare i
bambini spettatori. Quella maschera tante volte
indossata con amore e passione da Maria Teresa
Elena, che va in scena con la "complicità" della
regista Grazia Cipriani, con quegli stessi pupazzi e
scene create da Graziano Gregori, danno allo
spettacolo un alone di fantastica magia.

Animatori dei pupazzi: 
Maria Vittoria Nervi,
Giacomo Pecchia, Giacomo Vezzani.

 

TEATRO DEL CARRETTO

Profilo dell’attività

Il Teatro Del Carretto nasce nel 1983
dall’incontro tra la regista Maria Grazia Cipriani e
lo scenografo Graziano Gregori.

Insieme elaborano il primo spettacolo Biancaneve, sulla cui scena si fondono tutti gli elementi del
sogno teatrale. Il successo di Biancaneve ne fa uno degli spettacoli teatrali più rappresentati all’estero, ospite in Spagna, Belgio, Lussemburgo, Finlandia, Juogoslavia, coronando la propria tournée al Teatro Chailot di Parigi per il prestigioso Festival
d’Automne.
     Nel 1985 il Teatro Del Carretto presenta la seconda produzione, Romeo e Giulietta, lo spettacolo prende forma dalla sovrapposizione dell’opera belliniana Capuleti e Montecchi alla tragedia shakesperiana, cui si aggiungono echi della mediterranea novella di Matteo Bandello.

     Nel 1988 il Teatro Del Carretto presenta a Spoleto Iliade: l’incontro con l’ampio orizzonte omerico diviene percezione dell’eco lontana della grande giostra eroica portatrice nel patrimonio
mitico occidentale dell’emergere della tragicità
umana. La forza e le invenzioni sceniche di Romeo
e Giulietta
e di Iliade trovano l’adesione unanime della critica.
Gli spettacoli vanno in tournée in Italia. Per il linguaggio ricco di elementi visivi, si prestano benissimo anche per un pubblico non italiano: così
essi seguono le orme di Biancaneve e vengono presentati all’estero in diverse manifestazioni di
rilievo (Festival di Madrid, di Gerusalemme, di Mosca).
        Nel 1991 debutta Sogno di una notte di mezza estate: metamorfosi drammatica di forme colori suoni che accompagna l’amore attraverso l’oscura zona dell’animalità e rivela la meravigliosa confusione - e separazione - fra realtà e sogno. Lo
spettacolo programmato in molti teatri italiani
riceve il premio UBU 1991 per la ricerca drammaturgica e visiva.
         Nel 1992 il Sogno di una notte di mezza estate è ospite del Festival Internacional Cervantino
in Messico.
         Nel 1992 la Compagnia mette in scena Metamorfosi di F. Kafka realizzato in coproduzione con il Mittelfest di Cividale del Friuli, presso cui lo spettacolo debutta il 18 Luglio: lo spettacolo viene ospitato in alcuni dei maggiori teatri italiani
riportando notevole successo di critica e pubblico e, nel 1993, termina la propria tournée partecipando al progetto "L’Italia per l’Europa" debuttando a Praga 
e Budapest.
      Nel 1995 il Teatro Del Carretto allestisce Le Troiane da Euripide, che è stato ospite di molti tra i più prestigiosi teatri italiani.
Durante la stagione 97/98 Romeo e Giulietta e Biancaneve sono stati rappresentati in Italia e all’estero – Francia e Germania – per una tournée della durata di 4 mesi circa.
La stagione 98/99 si è aperta con la partecipazione   di Romeo e Giulietta e Biancaneve al Festival Internacional Visual de Teatre di Barcellona.
Si è realizzato inoltre il riallestimento dello
spettacolo Iliade, programmato su territorio nazionale.

Nell’autunno 1999 la Compagnia è ospite
dell’ International Italian Festival di Belfast e Londra con gli spettacoli Romeo e Giulietta e
Biancaneve.

Lo spettacolo Bella e la Bestia ha debuttato 
nel gennaio 2000 al Teatro del Giglio di Lucca
e nel corso della stagione 2000/2001 è stato ospitato nei cartelloni di alcuni dei maggiori teatri italiani e stranieri.

          Nel settembre 2002 la compagnia è stata invitata a rappresentare Biancaneve al "Cairo International Festival for experimental theatre"
dove ha riscosso una notevole consenso da parte di pubblico e critica.

E’ attualmente in fase di allestimento la
nuova produzione della compagnia, Odissea, il cui debutto è previsto al Teatro del Giglio di Lucca a gennaio 2003.

 




Tre amici per una contessa

 

Riccardo Cardellicchio, giornalista e scrittore
Andrea Mancini, regista e direttore di teatro
Aldo Tarabella, musicista e direttore artistico

Matilde

Ho parafrasato il titolo del racconto teatrale
Gli uomini della contessa (Matilde di Canossa)

di Riccardo Cardellicchio da cui è stata tratta la pièce, perché i tre uomini che hanno "ridato la vita" teatralmente a Matilde sono miei amici.
Conosciuti in tempi diversi, in situazioni diverse, persi e ritrovati, come sempre avviene quando la vita porta a incontrare tante persone in giro per il mondo.
E questa volta a metterli insieme e, in un certo senso, ritrovarci, è stato una specie di pellegrinaggio, forse più un corteo funebre, che ci
ha portati in una notte nella cripta dove giace da oltre quattrocento anni, nel suo sarcofago, Matilde, per riesumare questo corpo e traslarlo da Mantova al Vaticano, per ordine di Papa Urbano VIII.

Questa donna, Matilde di Canossa, era stata bella e potente, ricca e depravata, vissuta in quel suo tempo intrigante e violento, dove come donna era stata amata, violentata, insultata, così com’era il destino per il suo sesso.


Lì, sopra un freddo sudario sepolcrale, giace completamente nuda una splendida donna con il corpo ancora intatto, anzi i settant’anni di quando è morta sono scomparsi e il tempo è tornato indietro.
E già questo contrasto, il freddo tombale e il caldo corpo sensuale, attendono il pubblico guidato dalle flebili luci di mozziconi di candele, mentre una straordinaria musica evocativa di Aldo Taraballa riempie l’aria opprimente.
Matilde, interpretata coraggiosamente da Roberta Geri, diventa protagonista unica dello spettacolo, dove la mimica, il corpo e la parola si attorcigliano in una atroce disperazione, in un contatto quasi fisico col pubblico. La disperazione per il passato, dove la sua vita è parte della storia, una storia che l’ha vista combattere, impugnare la spada, unico elemento scenico, ma che l’ha vista usare molto di più un’altra arma, "os vaginae", bocca di vagina, come l’avevano soprannominata i suoi detrattori.
Sì, il sesso era stato il suo potere, era riuscita a condizionare la storia, a sedare il contrasto a Canossa tra il Papa e l’Imperatore, essendo stata amante dell’uno e posseduta dall’altro.
E nella delirante notte, con un monologo e scene crude, Roberta Geri, attrice matura anche se giovane, per la regia di Andrea Mancini, riesce a ripercorrere, coinvolgendo il pubblico, quella passionalità di Matilde, sensuale e forte, che il destino aveva voluto marchiare proprio colei che si firmava figlia di Bonifacio.

Ma se gli uomini avevano dominato il suo corpo, la vice regina d’Italia aveva anche amato, in bilico tra il sacro e il profano, tra la spiritualità e la carnale passione: i suoi due matrimoni tragici, i suoi amori infelici, come quello irraggiungibile e impossibile
per il suo padre spirituale, il santo filosofo Anselmo d’Aosta.
E mentre le flebili fiammelle si consumano rendendo sempre più spettrale la scena, Matilde torna a giacere su quel talamo sarcofago, coprendosi col sudario mantello, quasi a proteggersi in quella notte del 1632 popolata dai fantasmi che hanno scatenato il suo delirio, dove la spada conficcata nella pietra diventa Croce.

                                  
                               giorgio mancini