EuropaCinema
23° European Film Festival
20 - 25 aprile 2006

EuropaCinema 2006 celebra i 60 anni della viareggina Stefania Sandrelli
VIAREGGIO (Lucca) - “Stefania Sandrelli, 60 volte
Primavera” è la didascalia riportata sotto una straordinaria fotografia scattata
nel 1968 da Elisabetta Catalano riprodotta sul poster di EuropaCinema 2006, la
Mostra del cinema europeo di Viareggio che celebrerà le prime 60 primavere
dell’attrice viareggina, insignita nel 2005 del Leone d’oro alla carriera dalla
Mostra del cinema di Venezia e nel 2002 del Taormina Arte Award per l’eccellenza
cinematografica dal TaorminaFilmFest diretto da Felice Laudadio.
La Sandrelli (come già avvenne il 1° maggio scorso per il regista Mario
Monicelli che a Viareggio festeggiò i suoi 90 anni circondato dall’affetto dei
suoi collaboratori) sarà il nume tutelare della ventitreesima edizione di
EuropaCinema, in programma dal 20 al 25 aprile prossimo, promossa dal Comune di
Viareggio con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali,
della Regione Toscana, della Provincia di Lucca e con il supporto di alcuni
partner privati. Il festival, ideato e diretto da Felice Laudadio, è presieduto
da Luciana Castellina, ex presidente dell’Agenzia per la promozione all’estero
del cinema italiano e già presidente della Commissione Cultura del Parlamento
europeo.
EuropaCinema dedicherà alla Sandrelli una retrospettiva di 15 film e un ciclo di
quattro “Lezioni di cinema” - una al giorno, al termine della proiezione di un
film da lei interpretato - che saranno tenute da attori, produttori e registi
che con Stefania hanno lavorato.
Essenziale ed intenso sarà il programma dei film in concorso che partirà dal
pomeriggio del 20 aprile per concludersi con uno spettacolare film fuori
concorso nella serata finale del 25 aprile, allorquando verranno attribuiti da
una giuria internazionale i premi del concorso al miglior regista, alla migliore
attrice, al migliore attore e alla migliore sceneggiatura oltre al premio
assegnato dalla giuria del pubblico al miglior film.
I tradizionali “Fellini 8 1/2 Platinum Award for Cinematic Excellence” verranno
assegnati alla Sandrelli e ad altre quattro grandi personalità del cinema
italiano e europeo, mentre il Premio EuropaCinema della Resistenza verrà
attribuito nella serata finale del 25 aprile ad un cineasta italiano o straniero
- che terrà la sesta “Lezione di cinema” - fortemente impegnato sul piano
politico e culturale in difesa dei valori e della storia del cinema europeo.
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Il primo
Presepe è di Arnolfo di Cambio
Non fu San Francesco d’Assisi, ma l’artista colligiano
a dare vita alla tradizione natalizia

COLLE VAL D’ELSA
(Siena) – Manca ormai poco alla notte di Natale e, come avviene ogni anno, si torna a parlare dell’annosa scelta tra albero di natale o presepio. Le origini culturali di queste due diverse tradizioni natalizie, bene o male tutti le conoscono, ma pochi sanno che il presepe è nato, per così dire, a Colle Val d’Elsa, in terra di Siena. Fu proprio Arnolfo di Cambio, scultore e architetto, allievo di Nicola Pisano, che nel 1283 scolpì otto statuette, a tutto tondo, rappresentanti i personaggi della natività e i Magi. Questo primo presepe si trova ancora, con le statue rimaste, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. A questa conclusione sono giunti, ormai, gli studiosi di presiepologia. Così, all’illustre personaggio colligiano, nato intorno al 1240 e morto a Firenze nel 1302, si aggiunge anche questo importante, originale e storico “primato”. Il complesso scultoreo di questa prima natività fu inserito nel monumento a Bonifacio VIII a Roma, proprio nella cripta della Cappella Sistina. Sono in molti a credere e ad attribuire il primo presepe a San Francesco d’Assisi, nel 1223 ma, in realtà, il frate Tommaso da Celano, che ha narrato la vita del Santo, protettore d’Italia, ci racconta che Francesco, nel 1222, era a Betlemme, e rimase così affascinato dalle celebrazioni alle quali aveva assistito e che commemoravano la nascita di Gesù che, quando tornò in Italia, chiese al Papa Onorio III di poter ripetere quelle celebrazioni liturgiche nel successivo Natale. Ma in chiesa, in quel tempo, erano proibite le rappresentazioni drammatiche sacre, per cui il Papa, pur negando al fraticello d’Assisi la rappresentazione in una chiesa, lo autorizzò a celebrare una messa in una grotta naturale, in quella notte santa. Giunsero i contadini di Greccio e dei dintorni, i frati illuminarono il percorso con delle fiaccole e, all’interno della grotta, Francesco mise una greppia con la paglia, un bue e un asinello e, dal momento che il Santo non era sacerdote, non celebrò la messa, come racconta Tommaso da Celano, ma predicò a quei pastori. Era il Natale del 1223. Da qui la tradizione, ma quella di San Francesco non fu la realizzazione di un presepio con statuine inserite in un paesaggio; quella giunta a noi, invece, è quella di tradizione tipica napoletana, dove la rappresentazione della Natività nasce nel 1470 per mano dei due fratelli Pietro e Giovanni Alemanno, che scolpirono in legno delle figure solenni, quasi a grandezza naturale, ma senza accessori, per non distrarre l’osservatore dall’evento che veniva rappresentatodicembre 2005
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Magnang Thioune
Il vucumprà che canta l’amore ringraziando Dio

Ora è considerato il cantore del suo popolo, Magnang Thioune, che arrivò come tanti altri suoi connazionali dal Senegal, per cercare un po’ di fortuna, quindici anni fa. Quel “vucumprà” dal comportamento aristocratico che amava la musica e portava nel cuore la sua Dakar, ma che doveva sopravvivere e cercare anche di mandare qualche soldo alla sua famiglia nel continente nero. Privazioni, umiliazioni, ma Magnang non si voleva arrendere, e confida di essersi trovato bene nel nostro paese. Il giorno, sulle strade ad offrire le sculture
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della sua Africa; la notte, a sognare la sua
musica. Però, prima, doveva fare qualcosa per i suoi genitori e i suoi fratelli, poi avrebbe ricominciato a suonare. Era giunto in Italia nel 1989, dopo aver debuttato, l’anno precedente, a vent’anni , con il gruppo corista di Dieuppeul, e riuscì a trovare, in provincia di La Spezia, un luogo dove abitare. Quando riuscì a rimettere su un complesso musicale, capì che doveva far rivivere in Italia la musica delle sue origini con strumenti tradizionali, ma inserendo anche strumenti europei, come il violino, il contrabbasso, la chitarra. Fu un’idea geniale, le pulsioni della musica tribale africana con un mix dei nuovi strumenti. Magnang Thioune nasce da una famiglia “grio”, personaggi che potrebbero ricordare un po’ i nostri vecchi cantastorie. Trasmettono verbalmente, andando di villaggio in villaggio, i messaggi, o narrando storie delle quali sono stati testimoni perché vi hanno assistito “in diretta”: dei giornalisti ante litteram. La musica di Magnang, come la sua vita, è vissuta da praticante della Muridiya. Il muridismo fu insegnato e predicato da Cheikh Ahmadou Bamba, dalla seconda metà dell’ottocento e fino alla sua morte nel 1927, |
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ed è un insieme di pratiche di culto e di regole di condotta (sufismo), basate sull'amore verso gli altri, non sulla violenza ed è l'imitazione del Profeta Muhammad, il cui fine è il perfezionamento spirituale. Il sufismo non è un movimento confessionale come il Sunnismo o lo Sciismo, ma piuttosto uno stile di vita e un insieme di credenze e pratiche di culto, che traggono le loro origini dal Profeta. Nel 2003 Magnang Thioune dà vita al gruppo musicale Dékil Thiossane, incidendo un primo cd con otto brani, dal titolo Doleey Sant, frutto di una grande e lunga ricerca artistica, che la stampa senegalese ha definito come musica afro-beat, nella quale si ringrazia il Signore, un Dio unico, per quello che riceviamo, ed è come il canto di una guida spirituale. Giunsero i primi successi.
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Successivamente, nacque anche un video e il gruppo musicale cominciò ad essere
invitato ad esibirsi sia in Senegal che in Italia. Nei prossimi mesi uscirà un
videoclip, le cui prime registrazioni sono state effettuate a Milano, mentre le
altre riprese vedranno, come location, Dakar.
Quando
ritornerà in Liguria, continuerà di giorno a rivolgersi ai turisti chiamandoli
con simpatia “amico, guarda che bella scultura!”, ma la notte lavorerà alla
stesura e agli arrangiamenti della sua musica, sognando un applauso.
21 settembre 2005
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IGIENE E BELLEZZA NELL’ANTICO EGITTO
L’altra dimensione del sapere

A
Sansepolcro, presso le sale del Palazzo Bourbon del Monte, sede di Aboca Museum,
è allestita la mostra “Igiene e bellezza nell’antico Egitto. L’altra dimensione
del sapere”, organizzata da Aboca Museum in collaborazione con il Museo
Archeologico Nazionale di Firenze, sezione Egizia.
La mostra, con i suoi oltre settanta reperti risalenti all’Egitto faraonico, tra
cui il sarcofago del sacerdote Khonsumes (Museo Archeologico Nazionale di
Firenze) e il calco del famosissimo busto di Nefertiti (ospitato al Museo
Archeologico Nazionale di Berlino), offre un percorso archeologico e botanico
unico nel suo genere: è possibile, difatti, ammirare non solo pregevoli
testimonianze dell’antico Egitto ma ripercorrere questa straordinaria civiltà
anche nell’aspetto più intimo e quotidiano legato alla cura della loro igiene e
bellezza attraverso i colori, la bellezza, la freschezza, il profumo delle
piante e delle droghe allora conosciute e che ancora oggi sono così utili
all’uomo.
L’esposizione - articolata in quattro sezioni dedicate ai profumi, alla cura
della pelle, ai capelli ed al trucco - permette al visitatore di conoscere
ulteriormente questa civiltà così affascinante dal punto di vista storico
scientifico e socio-antropologico.
La mostra vuole così aprirsi all’”altra dimensione del sapere” del
popolo egizio, alla scoperta degli aspetti peculiari di una quotidianità vissuta
in un contesto di scienza, religione e magia, dove anche l’igiene e la cosmesi,
come sommatoria di esperienze generazionali, contribuirono al raggiungimento
della perfezione estetica al quale il popolo egizio anelava. Vengono così
esaltati nell’esposizione alcuni aspetti peculiari, reconditi, della
quotidianità egizia – bellezza, splendore, raffinatezza,
eleganza, pulizia – in un contesto culturale permeato di scienza, religione,
magia, amalgamate in un corpus cognitivo complesso, che affascina ancora
oggi per le vette eccelse di conoscenza conquistate.
“Questa mostra, organizzata in stretta collaborazione con il Museo
Archeologico di Firenze – sezione Egizia e con alcuni docenti delle Università
di Pisa e di Perugia – spiega Valentino Mercati, presidente di Aboca spa –
si prefigge la valorizzazione delle antichissime usanze praticate dagli
Egizi, nelle quali era già ben chiaro, fin d’allora, l’idea di cura del corpo,
sia sotto l’aspetto salutistico che sotto quello igienico ed estetico “.
“E’ stato ed è affascinante – prosegue – addentrarsi nello spirito di una
civiltà che ci appartiene e della quale siamo in qualche misura discendenti.
Come non stupirci – infatti -della assoluta certezza di questo popolo
sull’immortalità dell’anima che continuava a vivere accanto al corpo mortale in
una sorta di meravigliosa, ma anche misteriosa, armonia vitale? Come non restare
stupiti di fronte a riti che vengono così da lontano e che proprio per questo
ripropongono intatto il valore e la suggestione di una realtà immanente che ci
supera e che l’uomo fin dai suoi albori ha legato al Sole, fonte di vita, ma
anche disco raggiante a tutti comprensibile?”.
Di particolare
interesse, infine, la riproduzione di alcuni olii e unguenti degli antichi Egizi
sperimentati e realizzati nel laboratori Aboca, seguendo le antiche ricette
tramandateci dal Papiro di Ebers, sia nei metodi di preparazione che negli
ingredienti che verranno presentati in occasione della mostra e,
successivamente, commercializzati.
L’esposizione, che rimarrà aperta fino al prossimo 31 ottobre, si avvale anche
della collaborazione del Museo Egizio dell’Agricoltura de Il Cairo, di quello
dell’Agricoltura dell’antico Egitto sempre de Il Cairo e dell’associazione
culturale Arte-mide.

Elisabetta Giudrinetti
di Elisabetta Giudrinetti
La lingua dell’antico Egitto
ha conosciuto una parola fondamentale per esprimere il concetto di bellezza: la
parola nefer.
Di valore non univoco, multiplo ma sempre positivo, nefer ha il
significato base di “essere perfetto”, “ben fatto”, “armonioso”; da qui
l’”essere bello”, ma anche buono, giovane, adeguato, efficace, allegro,
amichevole, felice, fortunato, concetti che ricordano il “bello e buono”
dei greci.
Neferet – “la
bella” – indica la “la bella giovane donna”, ma anche “la bella ,
giovane vitella”, ambedue nel fiore della giovinezza quindi ancora perfette.
Nefer, neferet si trovano nella formazione di nomi propri beneaugurati,
come quelli delle due celebri regine: Nefertiti “la bella è venuta” e
Nefertari “la più bella”.
Un sinonimo di nefer era in egiziano an (ain), bello nel senso di
ornato, come l’occhio che è abbellito dall’essere ornato dal segno del kohl,
e come nefer può significare anche buono, e soprattutto amichevole,
benefico come i raggi dell’Aton di Amarna.
Il senso originario di nefer è comunque quello di “perfetto”,
equilibrato nelle sue arti, quindi affine al termine maa “vero, esatto,
giusto ed armonioso”; il mondo ideale dell’antico Editto aspirava alla
bellezza ed all’armonia, un cosmo dove tutto questo era in equilibrio, anche
l’aspetto fisico e corporeo, oltre che quello morale e sociale.
Nelle opere d’arte il bello era raggiunto, quando era raggiunto, alla perfezione
materiale dell’opera: equilibrata, riconoscibile, perfetta rispetto a quanto si
voleva mostrare, secondo l’uso di un canone, una struttura metrica, una legge di
ordine, un modulo per l’impianto formale dei testi e delle figure, che si
adeguano alle regole di Maat.
Con alcune eccezioni in determinate epoche, il culto della perfezione formale
spiega il fatto che anche se nella realtà i raffiguranti erano ormai anziani e
deperiti, l’artista li raffigurava quali erano stati nel fiore di gioventù: la
vecchiaia era individuata rettamente nella decadenza anche fisica che porta con
sé.
Forse anche le cure funerarie che la società faraonica riservava ai cadaveri
erano un modo per mascherare la bruttezza della morte facendo “bello” il
morto.
Gli dei necessariamente erano belli: Amon è esaltato nella sua beltà, così come
i faraoni dovevano essere belli ed atletici. La bellezza della dea Hathor, la
dea dell’amore era insuperabile; per descrivere l’avvenenza di fanciulle umane,
se ne affermavano le qualità divine.
L’ideale di bellezza femminile nel Medio Regno non era molto diverso da quello
di epoche anteriori e successive: nei Racconti del Papiro Westcar
ambientato al tempo di Snefru, lo svago preferito dal re era di guardare remare
sul lago del suo palazzo l’equipaggio di venti “donne, belle di corpo, bel
formate di seno, e coi capelli intrecciati, che non avevano ancora partorito”.
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Cimabue a Pisa
La pittura pisana del Duecento da
Giunta a Giotto


Rientreranno in Italia, dopo
secoli, opere di inestimabile valore. Una delle manifestazioni culturali più
interessanti dell’anno apre da domani i battenti. Grande l’attesa che si è
venuta a creare intorno a questo straordinario evento.
La grande esposizione nasce con la collaborazione tra il Ministero per i Beni
Culturali (Soprintendenza di Pisa), la Santa Sede (Pontificia Commissione per i
Beni Culturali della Chiesa) e con il sostegno del comune e della provincia di
Pisa. Un progetto triennale con mostre dedicate alle origini della pittura
cristiana in Occidente. Prima tappa: “Cimabue a Pisa. La pittura pisana del
Duecento da Giunta a Giotto”. La mostra riunirà al Museo Nazionale di San Matteo
una sequenza di capolavori, sia provenienti dal territorio, sia nati per chiese
pisane, ma poi dispersi nel mondo e fatti rientrare, ora, per questa occasione.
Dopo Pisa (dove l’esposizione resterà allestita dal 25 marzo al 25 giugno 2005),
seguirà una nuova tappa a Roma, nel Braccio di Carlomagno e, in quell’occasione,
si amplierà l’arco cronologico all’XI secolo e topografico, trattando anche
della pittura romana. Esempio di questa immensa “diaspora” è la Madonna in
trono con Bambino e santi e la Flagellazione, opere di Cimabue,
conservate rispettivamente alla National Gallery di Londra ed alla Frick
Collection di New York, che torneranno per la prima volta dopo secoli in Italia.
Nel Duecento Pisa è uno dei centri più importanti e precoci nella “tramitazione”
in Italia delle più aggiornate ricerche dell’arte bizantina, anche in
conseguenza delle sue intense frequentazioni commerciali, politiche e militari
nell’area. Dal vero e proprio pullulare di botteghe d’arte, prendono forma
linguaggi nuovi, destinati ad influenzare l’intera storia dell’arte italiana.
La mostra Cimabue a Pisa. La pittura pisana del Duecento tra Giunta e Giotto
presenta il meglio della feconda e raffinata produzione pittorica in città in un
arco cronologico di circa 100 anni, vale a dire da Giunta Pisano - il più grande
e innovativo pittore della prima metà del Duecento - fino all’arrivo dell’opera
di Giotto, raffigurante San Francesco che riceve le stigmate (oggi
conservata al Musée du Louvre), eseguita per l’omonima chiesa cittadina. Un
panorama, questo, che appare ricchissimo, basti pensare che nella medesima
chiesa pisana si trovava un’opera di Cimabue, oggi anch’essa al Musée du Louvre,
e numerose altre opere a fondo oro attestate da fonti antiche.
Ad essere esposte nel Museo Nazionale di San Matteo saranno più di cento opere
di altissima qualità, provenienti da chiese, musei e biblioteche di Pisa e
provincia, ma anche opere pisane conservate in collezioni straniere.
Innanzitutto il dittico, recentemente attribuito a Cimabue, composto dalla
piccola tavola della National Gallery di Londra sopra citata e dalla
Flagellazione conservata alla Frick Collection di New York. Sarà questa la
prima volta in cui il dittico verrà ricomposto e presentato al grande pubblico.
Altri inediti saranno il Crocifisso del Cleveland Museum of Art con la
firma frammentaria di un sinora ignoto Michele di Baldovino e il terminale di
Croce dipinta che si trova al Museu de Belas Artes di Rio de Janeiro. Dalla
Gemäldegalerie di Berlino giungeranno due tavolette di Deodato Orlandi, dal
Lindenau-Museum di Altenburg un’altra tavola del pittore pisano-lucchese, mentre
dai Musei Vaticani il dossale con San Francesco e storie di Giunta
Pisano. Per la prima volta queste opere si ripresenteranno in Italia dopo la
loro dispersione.
Importanti dipinti giungeranno, inoltre, da chiese e musei nazionali: dal Duomo
di Firenze il Polittico double face di Giotto, dal Museo del Bargello la
Madonna col Bambino e storie mariane, dal Museo di Brera il San Verano
con storie e dal Palazzo Arcivescovile di Oristano il Polittico di
Memmo di Filippuccio.
Una sezione sarà poi dedicata al livello raggiunto a Pisa nel Duecento dalle
arti applicate e dalla miniatura, come evidenziato dalla Croce reliquiario
in cristallo, dai Corali e dagli Exultet miniati provenienti dalle
chiese di San Nicola, di San Francesco, di Santa Caterina e dal Duomo di Pisa, e
da una copiosa serie di sigilli in bronzo, di Confraternite e della città di
Pisa, per la maggior parte inediti e oggetto di recenti restauri.
Da notare che gli studi ed i restauri che hanno preceduto questa mostra e che
hanno già offerto, nel 2000, la precedente esposizione tematica dedicata alle
Sacre Passioni. Scultura lignea a Pisa dal XII al XV secolo, hanno di fatto
raddoppiato il numero di opere note compiute a Pisa o dai Pisani, in un periodo
in cui è altrettanto ricca anche la più nota produzione scultorea e
architettonica, ritrovando nuovi dipinti sia in città e nel territorio, sia in
collezioni pubbliche o private.
L’esposizione prosegue idealmente nel territorio con la visita ad opere presenti
in chiese ed edifici storici, a partire dai mosaici di Cimabue nel catino
absidale della Cattedrale.
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SAN GIMIGNANO - Durante i lavori per la realizzazione del giardino di quella che, un po’ pomposamente, viene chiamata nuova Piazza del Bagolaro, di fronte al nascente Centro Diurno per anziani (già ex ostello della gioventù, prima ex asilo, ex scuola, ed ancora prima, circa mezzo secolo fa, piazza per adunate dei giovani Balilla) ed al Museo Archeologico, nel centro storico di San Gimignano, in occasione dei lavori di scavo per la realizzazione di una cisterna d’acqua, gli operai del Comune si sono imbattuti in un interessantissimo ritrovamento archeologico.
“Sono emerse strutture murarie in mattoni e rare pietre - spiega il direttore dei Musei sangimignanesi Antonello Mennucci - la più tarda delle quali è costituita da un piccolo ambiente con volta a botte conservata soltanto in corrispondenza delle imposte, a sua volta sormontata dal muro perimetrale del giardino. Tali ambienti erano stati obliterati con un consistente strato di materiali ceramici, riferibili al tardo XV ed al XVI secolo, per uno spessore di circa 50 centimetri.
Si tratta di scarti di
fornace che documentano l’intero ciclo produttivo di alcune note classi
ceramiche di produzione sangimignanese, quali l’ingobbiata e graffita, già
ampiamente documentate da numerosi recuperi effettuati fortuitamente in questi
anni”.
Congiuntamente alle competenti Soprintendenze, sotto la responsabilità
scientifica della Direzione dei Musei Civici, è stato deciso di operare un
saggio di scavo della dimensione di 3x3 m. Il saggio è stato condotto
dall’Associazione Archeologica Sangimignanese, rinforzata, per l’occasione, dal
personale dell’Associazione Archeologica della Valdelsa Fiorentina di Gambassi
Terme. Il saggio, che ha consentito di recuperare migliaia di pezzi,
comprendenti anche distanziatori di varia foggia, un pettine d’osso e alcune
monete, è stato praticato per valutare l’entità del deposito, per delimitarne
l’estensione e per impedire che il cantiere, o eventuali futuri interventi,
potessero danneggiare l’importante bacino archeologico. E’ ovvio che nel
contesto dei lavori è stata individuata un’altra e più opportuna collocazione
per la cisterna del giardino.
“E’ presto e il
saggio è troppo limitato per avanzare ipotesi circa la natura delle strutture
murarie, ma non si può escludere, a causa della presenza di strati di argilla
rossa sottostanti i materiali ceramici, che le murature più antiche siano da
riferire ad una fornace da ceramica, forse quella, già attiva nel 1428-29, di
Gianni di Bernardo pentolaio, proprietario di una casa e di un “laboratorio” in
contrada San Matteo, ubicati nel popolo di San Piero, chiesa estremamente vicina
al luogo del ritrovamento” dichiara Antonello Mennucci, ma subito la polemica
infuria. Dalla Lista Civica per San Gimignano, lista di opposizione nel
consiglio comunale di San Gimignano, arriva una “denuncia”: “Le strutture
antiche affiorate durante i lavori di sbancamento per il rifacimento del
giardino del piazzale sono state fatte prontamente ricoprire. Nel piazzale del
Bagolaro, durante i lavori per il Centro per anziani, è emerso un sito
archeologico quattro-cinquecentesco. L’Amministrazione Comunale - si legge, tra
l’altro, in una durissima nota - ha dato tre giorni di tempo tassativi ai
volontari dell’Associazione Archeologica per recuperare qualcosa e il giorno
dopo l’ha fatto interrare. Sono tutte testimonianze importanti della storia
della nostra città che arricchirebbero il nostro patrimonio, sia dal punto di
vista culturale che da quello turistico”. E le Soprintendenze?
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DA PICASSO A BOTERO
Capolavori dell'arte del Novecento
Arezzo, Museo Civico d'Arte Moderna e Contemporanea

La
città di Arezzo che agli inizi del Novecento riunì idealmente intorno alla
figura di Piero della Francesca alcuni protagonisti del secolo, da de Chirico a
Casorati, da Morandi a Balthus, da Soffici a Severini, ospita dal 27 marzo al 6
giugno 2004 nella cornice del Museo Civico d'Arte Moderna e Contemporanea la
mostra "Da Picasso a Botero. Capolavori dell'arte del Novecento".
Promossa dal Comune di Arezzo, posta sotto l'Alto Patronato del Presidente della
Repubblica Italiana e con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività
Culturali e della Regione Toscana, l'ampia rassegna, curata da Giovanni Faccenda
e Vittorio Sgarbi, ripercorre le vicende artistiche del secolo appena concluso
attraverso oltre settanta capolavori di Maestri come Picasso, Matisse,
Toulouse-Lautrec, Magritte, Ernst, Botero, Balthus, Arman, César, Hartung e poi,
ancora, de Chirico, Savinio, Morandi, Rosai, Marino Marini, Manzù...
Due i numi tutelari dell'arte del Novecento. Da una parte Piero della Francesca
nel ritorno a certo "classicismo", ad una semplificazione quasi esasperata delle
forme, ad un equilibrio quattrocentesco tra spazi e figure, ad una monumentalità
solenne e dalle reminiscenze arcaiche a cui pur è sottesa l'inquietudine
dell'uomo moderno; dall'altra Sigmund Freud nell'irrompere della dimensione
onirica, surreale, di una realtà "altra", nell'universo dell'arte. Scrive
Giovanni Faccenda nel saggio in catalogo: "vorremmo spingerci verso la sintesi
di un azzardo fascinoso, che vuole psicanalisi e classicismo come i 'due dèmoni'
assoluti con i quali hanno fatto i conti gli artisti, i poeti e gli scrittori
operanti, soprattutto, nella prima metà del ventesimo secolo. Dato per
plausibile quello che non ha la pretesa di essere un assioma, risulterebbero,
comunque, Sigmund Freud e Piero
della Francesca i numi tutelari di un'arte che ha cercato di portare in luce, in
tempi diversi e su due binari di ricerca evidentemente paralleli, quanto di più
misterioso e lacerante era dentro l'uomo (Espressionismo) e quanto di più ameno,
allo stesso tempo, lo circondava, in una singolare dicotomia espressiva."
Questa ambiguità di piani si intreccia nella produzione artistica del Novecento
e viene evidenziata nella mostra "Da Picasso a Botero. Capolavori dell'arte del
Novecento" attraverso un percorso che si snoda tra Le Peintre et son modèle di
Picasso, olio su tela del 1965, e Piero della Francesca,
olio realizzato da Botero nel 1998.
Punto di avvio di questo cammino sono sicuramente, per il loro valore storico ed
estetico, due opere: La leçon de musique, d'après Fragonard, opera
rappresentativa della formazione di Henri Matisse (1893) e Decor indien dipinto
da Toulouse Lautrec nel 1894.
"Cosa c’entra, Piero della Francesca, con l'arte del Novecento e con gli artisti
presenti in mostra? Tanto, tantissimo, anche quando sembrerebbe il contrario. La
riscoperta critica di Piero della Francesca come parte integrante della
modernità artistica, dovuta innanzitutto al celebre saggio di
Roberto Longhi per la collana di Valori Plastici (1927), ha istituito un nuovo
valore estetico e intellettuale con il quale tutto il mondo artistico, non solo
quello italiano, ha dovuto comunque confrontarsi, nel bene e nel male,
sposandolo o rinnegandolo". Così Vittorio Sgarbi nel testo introduttivo alla
mostra. "Questo nuovo umanesimo, questa nuova figurazione di trascendenza
metafisica percorre come un filo rosso la mostra di Arezzo, come un metro di
paragone che ora sembrerebbe più forte e evidente, ora così sottile da poter
apparire evanescente, ma sempre esistente anche quando non viene adottato dagli
artisti in modo palese, perfino quando funziona da "altro" da cui distanziarsi".
Innumerevoli i capolavori esposti: basti citare alcune delle opere di Giorgio de
Chirico come Cavalli con Dioscuri in riva al mare del 1929 (olio su tela),
Cavallo e zebra del 1938 (olio su tela), il malinconico Autoritratto (1955 ca.,
olio su tela), l'enigmatica Piazza d'Italia del 1955 ca. (olio su tela) dove
l'inquietante atmosfera metafisica si apre al nuovo gusto di rivisitazione
dell'antico con sensibilità contemporanea. E, accanto a de Chirico, le opere del
fratello Alberto Savinio e tutto il filone surrealista rappresentato, nei suoi
diversi momenti storici, dalle opere di Max Ernst, Magritte, Dalì, Masson, Mirò,
e dalle successive generazioni del Surrealismo esemplificate, ad esempio, dalle
creazioni di Wifredo Lam, Sebastian Matta, Pierre Alechinsky.
Presenti al gran completo anche i grandi Maestri italiani del Novecento: da
Massimo Campigli a Gino Severini, da Ottone Rosai a Virgilio Guidi, da Marino
Marini a Manzù, da Morandi a Morlotti, da Mimmo Paladino a Guttuso, da Michele
Cascella ad Aligi Sassu, da Mimmo Rotella a Giulio Turcato, a Mario Schifano,
per citare solo alcuni nomi.
Ed infine, a chiusura della mostra, alcune opere significative di affermati
artisti italiani delle ultime generazioni, quali Marco Lodola, Salvatore
Emblema, Bruno Ceccobelli, Lucio del Pezzo, Piero Guccione, Antonio Pedretti.
Come sottolinea Vittorio Sgarbi, "la mostra Da Picasso a Botero, ragiona del
passato prossimo e remoto secondo una linea di diretta continuità col presente,
rivivendolo contemporaneamente secondo prospettive interpretative consuete e
meno consuete, non per un 'divertissement' narciso o un gusto dell'arbitrio fine
a sé stesso, ma nell'auspicio che l'esperimento possa smuovere le acque più
stagnanti del conformismo e stimolare nuove possibili intuizioni, nuove linee di
lettura".
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Arte
e Assistenza a Siena
Le
copertine dipinte dell'Ospedale
di Santa Maria
della Scala

La
mostra, allestita nei locali del complesso museale senese, propone una
interessante rassegna riguardante la produzione delle copertine dipinte
realizzate per il grande ospedale di Siena a partire dal XIV secolo, e resterà
aperta fino al 31 agosto 2003.
Realizzata
in collaborazione tra l'Istituzione Santa Maria della Scala, il Comune di Siena,
il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, l'Archivio di Stato di Siena e
il Dipartimento di Storia dell'Università degli Studi di Siena. Nell'occasione
verranno presentate, oltre alle nove tavolette dipinte per l'ospedale, staccate ab
antiquo dai registri ed attualmente al museo dell'Archivio di Stato, altre
ventisette copertine dipinte, sempre per il Santa Maria, del tutto inedite, e
ancora unite ai registri.
Si
tratta di documenti appartenenti al fondo archivistico denominato"Ospedale
Santa Maria della Scala", sul quale è stata condotta una apposita campagna
di restauro.

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Avrà sede a S.Gimignano unCentro Internazionale per lo studio del fenomeno religioso contemporaneo
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L’
Asfer, associazione senza fini di lucro che ha lo scopo di rilevare e analizzare i fenomeni religiosi, intesi nella loro accezione più ampia secondo un criterio multidisciplinare, in base ai modelli e agli strumenti delle scienze umane, senza preclusioni di natura ideologica e confessionale, darà vita nei prossimi mesi, insieme al Comune, ad un Centro Internazionale per lo studio del fenomeno religioso contemporaneo.L’associazione, che pubblica la rivista quadrimestrale "
Religioni & Società" e il bollettino di informazioni "ASFeR News" e organizza, tra l’altro, I Colloqui Internazionali di "Religioni & Società", la "International Summer School on Religions in Europe e Ricerche scientifiche, ha individuato San Gimignano, per le sue tradizioni civiche, come luogo ideale per dar vita alla nascita di un "Laboratorio Europeo per lo studio e la documentazione sul pluralismo religioso".Vista la piena disponibilità dell’Amministrazione Comunale, il "laboratorio" si configurerà come un reale campo di ricerca, ponendo i valori delle diverse credenze religiose in un continuo confronto, proiettato sul piano internazionale.
Il laboratorio, collegato informaticamente con le Università e le Istituzioni culturali più significative a livello internazionale, si caratterizzerà come: centro di documentazione, organismo per la programmazione e realizzazione di eventi culturali coerenti con la propria mission, luogo di ricerca e di riflessione.
maggio 2002
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Vita, morte, processo e rogo La Strega di Berignano di Lucia Antonelli |
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C hi fu realmente Suor Francesca Fabbroni, una pazza, una martire, o solo la follia della Chiesa Inquisitrice?* Una nuova edizione dei Quaderni della Biblioteca, edita dal Comune di San Gimignano, curata da Adelisa Malena con un introduzione di Adriano Prosperi, porta alla ribalta la figura e la storia tormentata di Suor Francesca Fabbroni (1619 – 1681). Un personaggio che, forse, oggi le cronache
definirebbero "emblematico", ma non solo oggi; basta pensare
a quello, senza nulla togliere o aggiungere, che è accaduto per molte
discusse figure della chiesa, "sante o invasate": una per tutte,
Giovanna D’Arco. * Il libro è la trascrizione integrale del manoscritto del 1678, relativo alla vita e al processo subito da questa suora, di don Costantino Fabbri "Il Dagone abbattuto, o sia La verità reprovata nella persona della madre suora Francesca Fabbroni monaca nel monastero di S.Benedetto di Pisa", che l’aveva paragonata all’idolo biblico Dagon, perché idolatrata dal popolo. Questa intrigante e affascinante storia, soprattutto vista attraverso la personalità tragica di suor Francesca Fabbroni, in un contesto storico di caccia alle streghe, potrebbe diventare un dramma teatrale e una fiction video. L’idea del giornalista Giorgio Mancini vede infatti già coinvolti in questo progetto un regista, un drammaturgo per la stesura del testo ed una famosa attrice di prosa pronta ad interpretare il ruolo. aprile 2002 |
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