Macchie d’inchiostro
del direttore


Basta un clic, ma è proprio vero…

 Un terzo della popolazione mondiale non ha mai fatto una telefonata

 

Sembrerebbe incredibile, ma un abitante su tre del pianeta Terra non ha mai fatto una telefonata, o non conosce, addirittura, l’apparecchio telefonico.

In un mondo dove la cosiddetta “globalizzazione”, che viene sbandierata come unico mezzo per abbattere le distanze, che dovrebbe unificare gli scambi commerciali fra paese e paese, fra nazioni e nazioni, fra continente e continente, che dovrebbe intensificare i contatti e facilitare le conoscenze fra i popoli, dando maggiori opportunità ad ogni uomo di migliorare le proprie condizioni economiche, fa scoprire, invece, come se qualcuno non lo sapesse, che esistono nel terzo millennio delle divisioni tanto discriminanti, che potrebbero diventare un nuovo pericolo.

Già è stata creata una nuova definizione: “digital divide”.
Sempre più tutti siamo collegati ad Internet, ma proprio tutti non siamo. Migliaia e migliaia di siti nascono ogni giorno, tanto che il pianeta Internet sembra un immenso oceano senza fine, ma in realtà, coloro che  si connettono non sono neppure il 7% della popolazione mondiale.

Basta pensare che l'88% di chi accede ad Internet vive nei Paesi industrializzati, che globalmnte rappresentano solo il 14% di tutta la popolazione del pianeta.

Tutto il Medio Oriente e l’Africa non riescono, insieme, a raggiungere neppure l’1%.

In un recente convegno in Toscana, dove si parlava di comunicazione riferita al marketing, un relatore ha individuato nella popolazione di questa regione oltre il 50% di cittadini che sono stati definiti, senza mezzi termini, “morti commercialmente”. Non sono cioè in grado di ricevere messaggi diretti, o subliminali, attraverso lo schermo del computer. Con buona pace per tutte l’e-mail di questo mondo.

Altro che informazione e comunicazione globale; siamo di fronte ad un vero e proprio universo di immane divario.

 
 
 
                                                                                                            novembre 2003
 
 
 
 
 
MMS, il Garante detta le regole
Vietato fare i paparazzi dilettanti
Potrebbe costare molto caro

E’vietato inviare e diffondere fotografie con il cellulare senza aver informato e ottenuto il consenso delle persone ritratte. A meno che a farlo non sia un giornalista. L'Authority detta le regole per l'uso degli MMS.
Paparazzi improvvisati siete avvertiti, non azzardatevi a imitare la pubblicità di quel gestore di telefonia mobile che fa fotografare con il cellulare il patron di Mascalzone Latino mentre casca in acqua dalla barca.
Lasciate alla fiction pubblicitaria e alla bella Kasia Smutniak immortalare quella scena con il suo cellulare e inviare in tempo reale l’immagine ad un giornale, in barba ai fotografi che le sono vicini, ma non altrettanto veloci, sia pure con le loro attrezzature fotografiche professionali costosissime. Fuori dalla fiction, se fatto da una qualsiasi persona, la ripresa fotografica e la divulgazione dell’immagine potrebbe costare molto cara, senza pensare ai risvolti giudiziari. E questo vale per tutte le situazioni, serie o facete che siano. Il Garante della privacy ha dettato le regole e i limiti per l’uso degli MMS, i messaggini multimediali che, grazie alle nuove tecnologie wireless, consentono di inviare fotografie e brevi filmati realizzati con il proprio cellulare.
Il Garante sancisce che è lecito scattare foto per proprio uso personale ed eventualmente inviarle ad amici e parenti, a condizione, però, che queste immagini restino “in un ristretto ambito di conoscibilità”. Cambia discorso, invece, se le fotografie o i filmati  “vengono comunicati in via sistematica a una pluralità di destinatari o diffusi per esempio via Internet”.
In questo caso è fatto obbligo di informare gli interessati e chiedere il loro consenso. Solo ai giornalisti, in quanto professionisti dell’informazione, è data la possibilità di scattare e pubblicare senza il preventivo consenso dell’interessato.
Dopo questa decisione dell’Authority sono nate subito polemiche e sono stati sollevati interrogativi che qualcuno ha definito addirittura inquietanti, tirando in ballo il diritto di cronaca e appellandosi al fatto che è una vera e propria censura per imporre limitazioni ai cittadini che oggi possono fare informazione liberamente, grazie alle nuove tecnologie digitali e in particolare ai siti internet, senza la necessità di avere in tasca il “tesserino” di giornalista.
Come spesso avviene nelle polemiche a caldo, forse non si è tenuto conto che la decisione del Garante vuole invece tutelare proprio i cittadini e, perché no, i minori, anche in considerazione del fatto che le nuove tecnologie, vedi il grande successo degli SMS, sono usate quasi prevalentemente dai giovani.
Per gli MMS una regola ci vuole ed è importante proprio per tutelare la privacy di ognuno di noi.
Basta pensare cosa potrebbe accadere se una bella signora vorrà tranquillamente prendere il sole in topless su una spiaggia.

 

 

Tanti telefonini passeranno dall’orecchio all’occhio e click, click. Ed è legittimo pensare che pochi istanti dopo, su altrettanti cellulari, la signora finisca in bella posa spedita sul display, e magari archiviata per fare da sfondo su qualche schermo di PC? E se l’ignaro marito sapesse che in quel momento la cara mogliettina è invece a far visita ad una vecchia zia malandata? Al di là della facile ironia e del paradosso, vi potrebbero essere delle serie e gravissime ripercussioni familiari, e i danni, in caso di ricorso in giudizio, andrebbe a pagarli l’estemporaneo paparazzo.
Il giornalista, invece, quello che il lavoro lo fa per professione, una foto di quel genere non la scatterebbe e tanto meno la invierebbe al giornale. Conosce le conseguenze. Così come le conosce il suo direttore responsabile. Oltre a dover rispondere innanzitutto ad un codice deontologico professionale dettato dall’Ordine dei Giornalisti.
Il giornalista sa che le riprese e le riproduzione di immagini, siano foto che video, dove si vedono persone, possono essere fatte solo in determinate situazioni e contesti.
Fotografando, per esempio, in un ambiente all’aperto come in una piazza, coloro che passeggiano fanno parte del contesto ambientale, quindi non facilmente riconoscibili e quindi nessuno dovrebbe andare a chiedere il consenso “ad personam”.
Si può fotografare in un contesto di cronaca, sempre senza ledere diritti o violare la privacy, si possono ancora liberamente fotografare persone di chiara fama, come coloro che fanno parte del mondo della politica, dello spettacolo, dell’arte o dello sport che, proprio per la loro attività, sono diventati personaggi pubblici, quindi legati alla loro stessa notorietà, o da necessità di giustizia e di polizia. In tutti gli altri casi occorre l’autorizzazione firmata dall’interessato per essere ripreso, oltre ad una “liberatoria” per poter divulgare successivamente le immagini, anche perché il soggetto ripreso ha il diritto di chiedere un compenso, monetizzando questa sua “prestazione”.
Se il paparazzo dilettante vuol proprio fotografare col suo telefonino un bel seno al vento o un intrigante fondoschiena, magari sullo sfondo di un infuocato tramonto al mare, gli conviene fotografare quello della sua fidanzata e poi, sempre con il consenso di lei, inviarlo agli amici, basta che lei accetti e di non essere troppo gelosi.

 

                                         marzo 2003

 

 

 

 

 

Il brutto di essere belle

Qualcuno ha detto: "La bellezza non fa la rivoluzione, ma verrà un giorno in cui le rivoluzioni avranno bisogno della bellezza"

Una canzonetta degli anni cinquanta recitava: "se te la prendi troppo bella, ti ci vuol la sentinella…", ma erano altri tempi, mezzo secolo fa.

Allora non avevano inventato il tanga, il topless, il nude look. Non che bisognava inventarli, come fece nel decennio successivo per la minigonna Mary Queen a Londra, erano cose che esistevano già in altre culture, solo che gli occidentali facevano finta di non conoscerli.

Poi le donne europee, sempre le prime a dettar moda, cambiarono dopo il sessantotto modi, mode ed usanze. E con le femministe nacquero le prime libertà nell’abbigliamento, le prime libertà sessuali, non che anche queste non esistessero prima, e le belle donne, anche queste create fin da Eva dalla natura, cominciarono ad esporre il loro corpo, ovvero il meglio del loro corpo.

Tutto per attirare l’altro sesso, l’uomo.

Lo stesso Platone considerava infatti l’incontro con la bellezza come una scossa emotiva travolgente e al tempo stesso salutare che finisce per far uscire l’uomo da se stesso, entusiasmandolo e attirando l’uno verso l’altro a sé.

Per l’esattezza, con l’era moderna avevano iniziato già le splendide cortigiane francesi. Quindi, nulla di nuovo apparentemente; ma in questi ultimi tempi, terzo millennio, qualcosa sta succedendo. Se essere bella per qualche donna è sinonimo di successo e di conseguente ricchezza, in tutti i sensi, per la stragrande maggioranza delle splendide ragazze che ognuno di noi incontra costantemente, le cose non vanno poi così tanto bene.

Dopo la ricerca affannosa di apparire e sembrare,

o essere sempre belle, inizia il lungo, lunghissimo periodo dell’angoscia. Avere ad ogni costo il meglio, specie in fatto di uomini. Meglio inteso come il più appagante, il più affascinante, quello che nell’immaginario collettivo, per le altre donne, è il non plus ultra. Deve essere quindi giovane, ma questa poi è una cosa sulla quale si può anche sorvolare se la posizione e il conto in banca annullano l’età anagrafica, quindi ricco; poi, ovviamente, bello come il sole.

Bisogna quindi iniziare un lungo lavoro di selezionamento. Tutti gli spasimanti vengono passati al setaccio: prima dalle nonne, poi dalle madri e qualche volta anche dai padri, infine dalla legittima interessata che, magari per un po’, accetta anche sinceramente l’amore che l’incauto "sbavante" le dona, ma dopo…basta un qualcun altro in avvicinamento, magari imprenditore teatrale vero o falso, un giornalista senza redazione, un fotografo spiantato, ma furbo, e il gioco è fatto. Cioè si cambia partner.

Per poi, dietro la promessa di un contrattino da calendarietto scosciato da barbiere, promesso da chissachì, si riparte. E le nostre splendide ragazze cominciano ad essere soppiantate dalle altre teenager che giungono alle spalle. Difficile per molte riprendere una attività normale. Sono troppo belle per fare un lavoro come quella "sottospecie" delle grassone, di quelle che non vanno tutti i giorni in palestra, di quelle che hanno il culo basso, le tette a pera o le cosce corte. No, loro sono sempre lì, scortate dalle madri insoddisfatte della loro esistenza, che consigliano alle figlie di non ascoltare quel buono a nulla del loro padre che è riuscito solo a mandare avanti dignitosamente la famiglia, a portare un mese al mare d’estate i suoi sudditi e a far fare loro solo un settimana bianca in un albergo a tre stelle, dove non c’era tra gli ospiti neppure l’erede di casa reale. E che diamine!

E le belle, anzi, bellissime aspettano. Aspettano invano, sole, sperando in un principe, rimpiangendo un amore lontano, magari a quel tempo uno studentello che circolava su una vecchia cinquecento che, per ironia della sorte, è diventata nel frattempo un’auto ambita e ricercata, che, sempre nel frattempo, lo studentello si è fatto strada, è diventato importante e ricco, si è sposato proprio con l’amica della bellona mancata miss o attrice, sì proprio quella col culo basso e le tette a pera, ma che con l’intelligenza è diventata una splendida moglie, una madre, una affascinante signora che frequenta salotti e amicizie normali. Apprezzata e desiderata, se non altro da suo marito.

E per lui, e non solo per lui, è proprio una gran bella donna, anche se non ha mai sognato di diventare una velina.

 

                                                                                            dicembre 2002

 

 

 


 
Chattare, voce del verbo…

Chattare, una parola nuova che sta fra lo scrivere e il telefonare.
Una parola che non si trova sui vocabolari già di pochi anni fa.
Un neologismo che i glottologi devono ancora analizzare, ma che milioni di persone usano abitualmente. Nato con l’avvento di internet, col moderno sistema di parlarsi e scambiarsi messaggi. Già, chattare e inviare sms, un nuovo modo per dialogare che ha però cambiato e sta cambiando le abitudini e il linguaggio. Le abbreviazioni e l’inventiva di uno scrivere nuovo, diverso, che piace tanto ai giovani, ma che si sta radicando anche nei meno giovani. Non si dice più ti voglio bene, ma tvb; non si scrive più anch’io, ma ank’io. Si scrivono le emozioni: il dubbio diventa, chattando, uunnmmm; da dove digiti, altra parola nuova, si sintetizza in dtg, ovviamente sempre scritto in minuscolo e con la punteggiatura che scompare quasi del tutto, fatta eccezione per il punto interrogativo.
Si prendono in molti casi in prestito le scritte dei fumetti, così come il nome di fantasia che copre l’anonimato di chi chatta, diventa il nick.
Il nick, questa è la grande novità, permette di tenere nascosta la propria identità, ognuno può diventare quello che vuole: il professionista si può trasformare in uno studentello sbarbato, l’operaio in un grande manager, il timido in guardone, il prete in un soldato, ma si può cambiare anche sesso, senza problemi etici o chirurgici.
E Cappuccetto Rosso può cercare di portarsi a letto il Lupo.
Ma chi è che chatta, perché lo fa?
Molti sociologi e psicologi hanno analizzato e continuano a sentenziare. Ma forse la prima verità è la solitudine, la solitudine che diventa il "male oscuro", qualche volta la depressione per essere e restare troppo spesso soli.
Sì, vi sono i giovani, i ragazzini che si divertono, il curioso che diventa guardone delle frasi che scorrono sullo schermo, ora scritte da quello, ora da l’altro, ma fatte queste eccezioni il ricorso al chattare è sintomo di necessità reali, dall’amicizia al sesso.
Basta entrare in chat la sera, più si fa tardi, più i nick si moltiplicano.
E all’osservatore attento non può sfuggire un fenomeno. Appena appare un nick che vagamente ha il sapore di essere femminile, fiumane di "alias" maschietti si lanciano in competizione per invitare la nuova arrivata in pvt , cioè in privato, un luogo dove si può parlare a due, coperti dal segreto e dall’anonimato e, immediatamente arrivano le proposte, neppure tanto mascherate, prima il sesso, f o m?, non si sa mai infatti, poi l’età e subito dopo tutto il resto, inteso come specialità amatoriale da parte della femminuccia.
Se per il sesso, inteso se maschio o femmina, viene quasi sempre detta la verità, diverso è il discorso sull’età. A mentire sono quasi sempre le signore, si tolgono molti anni, tanto le rughe sul computer non appaiono. Ma c’è un motivo, triste peraltro, il tentativo patetico di riuscire a trovare un contatto umano, poter parlare con qualcuno, non sentirsi soli magari in una grande città. Dicendo la vera età anagrafica si ha paura che l’altro chattista, magari più giovane, possa andarsene, non restare a parlare.
Ma qualche volta, e accade, i due nick si ritrovano a chattare tutte le sere alla stessa ora, come dandosi appuntamento, poi, le mezze bugie diventano verità, la titubanza diventa meno riluttante, si scrive il proprio nome, la città, il numero di telefono e poi il primo appuntamento.
Sembra che chi si mette insieme dopo essersi conosciuto chattando, abbia buone possibilità di creare un rapporto duraturo e stabile.
Forse tutto dipende dal fatto che se uno si è fidato a confessarsi con uno sconosciuto è riuscito a superare un’analisi propria, fatta di solitudine e dolore, quindi a farsi capire e essere compreso.
Una bella ragazza, sola e ammalata, ha scritto che chattare è l’ultima spiaggia, dove chi vi arriva, se non lo fa per gioco, è troppo disperato perché ha molto sofferto o ha fatto molto soffrire.

maggio 2002

 

 


 

 



Quando c’era la carta suga e la penna a zuppo nel calamaio


D
i un vecchio quaderno con le righe da terza elementare, allora nell’immediato dopoguerra, ogni anno della scuola elementare aveva i quaderni con le proprie righe distanziate diversamente per far meglio scrivere in bella calligrafia, che era a tutti gli effetti una specie di materia con tanto di voto, quello che subito salta agli occhi, appunto di quel quaderno, dopo quasi mezzo secolo, sono le ben visibili macchie d’inchiostro.
Sì, sono ancora ben visibili le piegature in fondo alle pagine, le famigerate "orecchie", ma le macchie sono tutta un’altra cosa.
Pensare, di tutto quanto c’è scritto, la cosa che salta agli occhi sono le macchie.
Quante immagini fantastiche in quel po’ d’inchiostro piovuto tra un t’amo pio bove e una donzelletta che veniva dalla campagna sul calar del sole, quante immagini sfocate del maestro "Baionetta", come lo chiamavano di nascosto, fra risatine le colleghe, ex tenente degli alpini, che incuteva paura, tanto da far fare la pipì in classe a Claudio, impalato su un at-tenti militare sulla pedana della cattedra. Un tenente maestro che insegnava come se fosse in trincea e che si faceva venire i lucciconi agli occhi quando parlava della sua Pola, di Fiume e di Trieste, che leggeva in un rituale silenzio le pagine di Senza famiglia (per i bambini di oggi, ma anche di ieri, i cartoon di Remy a puntate e replicati all’infinito per anni), e che regalava ad ogni suo scolaro, quando faceva la prima Comunione, il solito libro "Il lampionaio".
Ed una volta ogni due settimane, quando riguardava i quaderni di bella copia, come in una rassegna militare, le orecchie delle pagine e soprattutto le macchie, erano urla e qualche scapaccione. Poi il premio per il più bravo: una copia di un giornalino regalato da una banca, La via migliore. In calligrafia avevo nove, in condotta dieci, quel giorno riuscii a nascondere la macchia, o forse "Baionetta" chiuse tutti e due gli occhi e, visto che il maestro aveva appena dato un dieci a Donatella, a me, che non poteva negarmi il giornalino, dette un bell’undici.
Il giornalino non poteva fare a meno di darmelo; a portarli era mio padre, il bancario che insieme a quella Via migliore regalava, a nome della sua banca, lapis, pennini, quaderni, libri per gli orfani e i bambini, come si chiamavano allora, del patronato scolastico.

Chissà il tenente maestro cosa avrebbe detto oggi di certe macchie, come quelle sul vestito di Monica Lewinsky, e cosa avrebbe visto nelle "macchie" di Rotschild ?


marzo 2002