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Basta un clic, ma è proprio vero…Un terzo della popolazione mondiale non ha mai fatto una telefonata
Sembrerebbe incredibile, ma un abitante su tre del pianeta Terra non ha mai fatto una telefonata, o non conosce, addirittura, l’apparecchio telefonico. In un mondo dove la cosiddetta “globalizzazione”, che viene sbandierata come unico mezzo per abbattere le distanze, che dovrebbe unificare gli scambi commerciali fra paese e paese, fra nazioni e nazioni, fra continente e continente, che dovrebbe intensificare i contatti e facilitare le conoscenze fra i popoli, dando maggiori opportunità ad ogni uomo di migliorare le proprie condizioni economiche, fa scoprire, invece, come se qualcuno non lo sapesse, che esistono nel terzo millennio delle divisioni tanto discriminanti, che potrebbero diventare un nuovo pericolo.
Già è stata creata una nuova definizione: “digital
divide”. Basta pensare che l'88% di chi accede ad Internet vive nei Paesi industrializzati, che globalmnte rappresentano solo il 14% di tutta la popolazione del pianeta. Tutto il Medio Oriente e l’Africa non riescono, insieme, a raggiungere neppure l’1%. In un recente convegno in Toscana, dove si parlava di comunicazione riferita al marketing, un relatore ha individuato nella popolazione di questa regione oltre il 50% di cittadini che sono stati definiti, senza mezzi termini, “morti commercialmente”. Non sono cioè in grado di ricevere messaggi diretti, o subliminali, attraverso lo schermo del computer. Con buona pace per tutte l’e-mail di questo mondo. Altro che informazione e comunicazione globale; siamo di fronte ad un vero e proprio universo di immane divario.
novembre 2003
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Il brutto di essere belle
Qualcuno ha detto: "La bellezza non fa la rivoluzione, ma verrà un giorno in cui le rivoluzioni avranno bisogno della bellezza" U na canzonetta degli anni cinquanta recitava: "se te la prendi troppo bella, ti ci vuol la sentinella…", ma erano altri tempi, mezzo secolo fa.Allora non avevano inventato il tanga, il topless, il nude look. Non che bisognava inventarli, come fece nel decennio successivo per la minigonna Mary Queen a Londra, erano cose che esistevano già in altre culture, solo che gli occidentali facevano finta di non conoscerli. Poi le donne europee, sempre le prime a dettar moda, cambiarono dopo il sessantotto modi, mode ed usanze. E con le femministe nacquero le prime libertà nell’abbigliamento, le prime libertà sessuali, non che anche queste non esistessero prima, e le belle donne, anche queste create fin da Eva dalla natura, cominciarono ad esporre il loro corpo, ovvero il meglio del loro corpo. Tutto per attirare l’altro sesso, l’uomo. Lo stesso Platone considerava infatti l’incontro con la bellezza come una scossa emotiva travolgente e al tempo stesso salutare che finisce per far uscire l’uomo da se stesso, entusiasmandolo e attirando l’uno verso l’altro a sé. Per l’esattezza, con l’era moderna avevano iniziato già le splendide cortigiane francesi. Quindi, nulla di nuovo apparentemente; ma in questi ultimi tempi, terzo millennio, qualcosa sta succedendo. Se essere bella per qualche donna è sinonimo di successo e di conseguente ricchezza, in tutti i sensi, per la stragrande maggioranza delle splendide ragazze che ognuno di noi incontra costantemente, le cose non vanno poi così tanto bene. Dopo la ricerca affannosa di apparire e sembrare, o essere sempre belle, inizia il lungo, lunghissimo periodo dell’angoscia. Avere ad ogni costo il meglio, specie in fatto di uomini. Meglio inteso come il più appagante, il più affascinante, quello che nell’immaginario collettivo, per le altre donne, è il non plus ultra. Deve essere quindi giovane, ma questa poi è una cosa sulla quale si può anche sorvolare se la posizione e il conto in banca annullano l’età anagrafica, quindi ricco; poi, ovviamente, bello come il sole. Bisogna quindi iniziare un lungo lavoro di selezionamento. Tutti gli spasimanti vengono passati al setaccio: prima dalle nonne, poi dalle madri e qualche volta anche dai padri, infine dalla legittima interessata che, magari per un po’, accetta anche sinceramente l’amore che l’incauto "sbavante" le dona, ma dopo…basta un qualcun altro in avvicinamento, magari imprenditore teatrale vero o falso, un giornalista senza redazione, un fotografo spiantato, ma furbo, e il gioco è fatto. Cioè si cambia partner. Per poi, dietro la promessa di un contrattino da calendarietto scosciato da barbiere, promesso da chissachì, si riparte. E le nostre splendide ragazze cominciano ad essere soppiantate dalle altre teenager che giungono alle spalle. Difficile per molte riprendere una attività normale. Sono troppo belle per fare un lavoro come quella "sottospecie" delle grassone, di quelle che non vanno tutti i giorni in palestra, di quelle che hanno il culo basso, le tette a pera o le cosce corte. No, loro sono sempre lì, scortate dalle madri insoddisfatte della loro esistenza, che consigliano alle figlie di non ascoltare quel buono a nulla del loro padre che è riuscito solo a mandare avanti dignitosamente la famiglia, a portare un mese al mare d’estate i suoi sudditi e a far fare loro solo un settimana bianca in un albergo a tre stelle, dove non c’era tra gli ospiti neppure l’erede di casa reale. E che diamine! E le belle, anzi, bellissime aspettano. Aspettano invano, sole, sperando in un principe, rimpiangendo un amore lontano, magari a quel tempo uno studentello che circolava su una vecchia cinquecento che, per ironia della sorte, è diventata nel frattempo un’auto ambita e ricercata, che, sempre nel frattempo, lo studentello si è fatto strada, è diventato importante e ricco, si è sposato proprio con l’amica della bellona mancata miss o attrice, sì proprio quella col culo basso e le tette a pera, ma che con l’intelligenza è diventata una splendida moglie, una madre, una affascinante signora che frequenta salotti e amicizie normali. Apprezzata e desiderata, se non altro da suo marito. E per lui, e non solo per lui, è proprio una gran bella donna, anche se non ha mai sognato di diventare una velina.
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dicembre 2002

Chattare, voce del verbo…
Chattare, una
parola nuova che sta fra lo scrivere e il telefonare.
Una parola che non si trova sui vocabolari già di pochi anni fa.
Un neologismo che i glottologi devono ancora analizzare, ma che milioni di
persone usano abitualmente. Nato con l’avvento di internet, col moderno
sistema di parlarsi e scambiarsi messaggi. Già, chattare e inviare sms, un
nuovo modo per dialogare che ha però cambiato e sta cambiando le abitudini e
il linguaggio. Le abbreviazioni e l’inventiva di uno scrivere nuovo,
diverso, che piace tanto ai giovani, ma che si sta radicando anche nei meno
giovani. Non si dice più ti voglio bene, ma tvb; non si scrive più
anch’io, ma ank’io. Si scrivono le emozioni: il dubbio diventa,
chattando, uunnmmm; da dove digiti, altra parola nuova, si
sintetizza in dtg, ovviamente sempre scritto in minuscolo e con la
punteggiatura che scompare quasi del tutto, fatta eccezione per il punto
interrogativo.
Si prendono in molti casi in prestito le scritte dei fumetti, così come il
nome di fantasia che copre l’anonimato di chi chatta, diventa il nick.
Il nick, questa è la grande novità, permette di tenere nascosta la propria
identità, ognuno può diventare quello che vuole: il professionista si può
trasformare in uno studentello sbarbato, l’operaio in un grande manager, il
timido in guardone, il prete in un soldato, ma si può cambiare anche sesso,
senza problemi etici o chirurgici.
E Cappuccetto Rosso può cercare di portarsi a letto il Lupo.
Ma chi è che chatta, perché lo fa?
Molti sociologi e psicologi hanno analizzato e continuano a sentenziare. Ma
forse la prima verità è la solitudine, la solitudine che diventa il
"male oscuro", qualche volta la depressione per essere e restare
troppo spesso soli.
Sì, vi sono i giovani, i ragazzini che si divertono, il curioso che diventa
guardone delle frasi che scorrono sullo schermo, ora scritte da quello, ora da
l’altro, ma fatte queste eccezioni il ricorso al chattare è sintomo di
necessità reali, dall’amicizia al sesso.
Basta entrare in chat la sera, più si fa tardi, più i nick si moltiplicano.
E all’osservatore attento non può sfuggire un fenomeno. Appena appare un
nick che vagamente ha il sapore di essere femminile, fiumane di
"alias" maschietti si lanciano in competizione per invitare la nuova
arrivata in pvt , cioè in privato, un luogo dove si può parlare a
due, coperti dal segreto e dall’anonimato e, immediatamente arrivano le
proposte, neppure tanto mascherate, prima il sesso, f o m?, non si sa mai
infatti, poi l’età e subito dopo tutto il resto, inteso come specialità
amatoriale da parte della femminuccia.
Se per il sesso, inteso se maschio o femmina, viene quasi sempre detta la
verità, diverso è il discorso sull’età. A mentire sono quasi sempre le
signore, si tolgono molti anni, tanto le rughe sul computer non appaiono. Ma c’è
un motivo, triste peraltro, il tentativo patetico di riuscire a trovare un
contatto umano, poter parlare con qualcuno, non sentirsi soli magari in una
grande città. Dicendo la vera età anagrafica si ha paura che l’altro chattista,
magari più giovane, possa andarsene, non restare a parlare.
Ma qualche volta, e accade, i due nick si ritrovano a chattare tutte le sere
alla stessa ora, come dandosi appuntamento, poi, le mezze bugie diventano
verità, la titubanza diventa meno riluttante, si scrive il proprio nome, la
città, il numero di telefono e poi il primo appuntamento.
Sembra che chi si mette insieme dopo essersi conosciuto chattando, abbia buone
possibilità di creare un rapporto duraturo e stabile.
Forse tutto dipende dal fatto che se uno si è fidato a confessarsi con uno
sconosciuto è riuscito a superare un’analisi propria, fatta di solitudine e
dolore, quindi a farsi capire e essere compreso.
Una bella ragazza, sola e ammalata, ha scritto che chattare è l’ultima
spiaggia, dove chi vi arriva, se non lo fa per gioco, è troppo disperato
perché ha molto sofferto o ha fatto molto soffrire.
maggio 2002
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Quando c’era la carta suga e la
penna a zuppo nel calamaio
Di
un vecchio quaderno con le righe da terza elementare, allora nell’immediato
dopoguerra, ogni anno della scuola elementare aveva i quaderni con le
proprie righe distanziate diversamente per far meglio scrivere in bella
calligrafia, che era a tutti gli effetti una specie di materia con tanto
di voto, quello che subito salta agli occhi, appunto di quel quaderno,
dopo quasi mezzo secolo, sono le ben visibili macchie d’inchiostro.
Sì, sono ancora ben visibili le piegature in
fondo alle pagine, le famigerate "orecchie", ma le macchie sono
tutta un’altra cosa.
Pensare, di tutto quanto c’è scritto, la cosa
che salta agli occhi sono le macchie.
Quante immagini fantastiche in quel po’ d’inchiostro
piovuto tra un t’amo pio bove e una donzelletta che veniva dalla
campagna sul calar del sole, quante immagini sfocate del maestro
"Baionetta", come lo chiamavano di nascosto, fra risatine le
colleghe, ex tenente degli alpini, che incuteva paura, tanto da far fare
la pipì in classe a Claudio, impalato su un at-tenti militare
sulla pedana della cattedra. Un tenente maestro che insegnava come se
fosse in trincea e che si faceva venire i lucciconi agli occhi quando
parlava della sua Pola, di Fiume e di Trieste, che leggeva in un rituale
silenzio le pagine di Senza famiglia (per i bambini di oggi, ma anche di
ieri, i cartoon di Remy a puntate e replicati all’infinito per anni), e
che regalava ad ogni suo scolaro, quando faceva la prima Comunione, il
solito libro "Il lampionaio".
Ed una volta ogni due settimane, quando
riguardava i quaderni di bella copia, come in una rassegna militare, le
orecchie delle pagine e soprattutto le macchie, erano urla e qualche
scapaccione. Poi il premio per il più bravo: una copia di un giornalino
regalato da una banca, La via migliore. In calligrafia avevo nove,
in condotta dieci, quel giorno riuscii a nascondere la macchia, o forse
"Baionetta" chiuse tutti e due gli occhi e, visto che il maestro
aveva appena dato un dieci a Donatella, a me, che non poteva negarmi il
giornalino, dette un bell’undici.
Il giornalino non poteva fare a meno di darmelo;
a portarli era mio padre, il bancario che insieme a quella Via migliore
regalava, a nome della sua banca, lapis, pennini, quaderni, libri per
gli orfani e i bambini, come si chiamavano allora, del patronato
scolastico.
Chissà il tenente maestro cosa avrebbe detto oggi di certe macchie, come quelle sul vestito di Monica Lewinsky, e cosa avrebbe visto nelle "macchie" di Rotschild ?

marzo 2002